Da decenni si parla del picco della produzione di petrolio, il momento in cui l’estrazione di petrolio inizierà a calare a causa del graduale esaurimento delle riserve.

Come tutti i miti, da un’idea corretta si sono tratte conclusioni apocalittiche e molti investitori puntano sul petrolio proprio perché lo ritengono una risorsa esauribile.

0013_Picco della produzione di petrolio

Per oggi esco un attimo dalla polemica sull’estrazione di petrolio nel futuro per parlare del consumo di petrolio nel futuro.

I maggiori analisti stimano, per i prossimi anni, un forte incremento nei consumi di petrolio dovuto soprattutto alla crescita economica dei paesi emergenti, il cosiddetto BRIC (per uno sguardo sui paesi BRIC, vi ricordo il post Il BRIC non salverà il mondo). I paesi BRIC sono a livelli di sviluppo (e di consumi di petrolio) molto bassi quindi hanno ancora molto spazio per la crescita.

Un fenomeno che non è stato messo in evidenza è che, ben prima della crisi del 2008, i consumi di petrolio negli USA sono iniziati a calare dopo il massimo toccato nel 2004 – 2005.

Di sotto il grafico mostra i consumi di petrolio negli USA dal 1965 al 2008 ( fonte BP)

0013_Consumi di petrolio USA

La ragione del calo del consumo di petrolio negli USA: non certo la riduzione dell’attività economica (il 2005 e il 2006 sono stati anni di crescita dell’attività economica) ma l’aumento dell’efficienza produttiva.

Da una parte gli USA hanno spostato attività ad alto consumo di energia e basso valore aggiunto all’estero (pensiamo all’enorme aumento dell’interscambio coi paesi BRIC dove molte industrie hanno delocalizzato la produzione) e questo ha semplicemente spostato il consumo in altri paesi del mondo.

Dall’altra parte gli USA hanno messo in campo tecnologie più efficienti che hanno ridotto i consumi di petrolio.

Se dividiamo il PIL USA per il numero di barili di petrolio consumati, vediamo che il risultato è crescente e in forte accelerazione negli ultimi anni: gli USA hanno aumento in modo notevole l’efficienza nel consumo di petrolio.

Di sotto il grafico del PIL / barile di petrolio dal 1980 al 2008

0013_USA, PIL - barili di petrolio consumati

Per i prossimi anni l’aumento dei consumi nei paesi BRIC farà aumentare il consumo di petrolio mondiale ma dobbiamo stare attenti al, per ora iniziale, calo dei consumi di petrolio nei paesi OCSE (è vero che il calo dei consumi di petrolio negli USA è stato modesto ma è anche vero che gli USA consumano il 22,50 % del petrolio mondiale nel 2008 a fronte di un 2,70 % del Brasile, di un 3,30 % della Russia, di un 3,40 % dell’India e di un 9,60 % della Cina).

Per concludere, attenzione al picco della produzione di petrolio e attenzione al picco dei consumi di petrolio di cui ancora non si parla!

Orami si “festeggia” il primo anniversario dal fallimento di Lehman Brothers, uno degli eventi più significativi della crisi finanziaria del 2008.

Dopo un anno la finanza mondiale sembra aver scampato il rischio di un collasso sistemico ma le aspettative sulla ripresa non sono rosee, né per quanto riguarda la velocità della ripresa né per quanto riguarda i rischi di un ritorno della recessione (ne ho parlato in un post da poco pubblicato Francia e Germania escono dalla recessione nel II trimestre 09)

Di fronte ad un mondo in crisi restano 4 paesi che ancora hanno tassi di sviluppo positivi e relativamente elevati: il BRIC.

0011_BRIC, bandiere

Dopo una breve ricerca ho visto che il termine BRIC è nato nel 2001 quando in un rapporto della banca di affari Goldman Sachs sono stati accomunati 4 paesi (Brasile, Russia, India e Cina) caratterizzati da popolazione elevata, abbondanti risorse naturali e forti tassi di crescita. Lo stesso rapporto prevedeva che nel 2050 queste 4 economie avrebbero raggiunto, grazie alla forte crescita, dimensioni comparabili alle economie occidentali.

0011_BRIC, mappa

Alla base delle aspettative sui BRIC è situata la “teoria della convergenza”. Secondo la teoria della convergenza, un paese sottosviluppato che si dota di tecnologie e istituzioni di un paese avanzato tende ad avere una crescita maggiore del paese sviluppato fino a raggiungere lo stesso livello di ricchezza. È quello che è successo tra il 1870 e il 1980 in Giappone, un paese povero che ha avuto una crescita spettacolare sino a portarlo tra i paesi maggiormente sviluppati del mondo.

Ora si pone un interrogativo: saranno i paesi emergenti a guidare la ripresa?

Sono scettico su un possibile ruolo di “locomotiva” dell’economia mondiale da parte dei paesi emergenti e questo per una serie di ragioni:

  • Dimensioni: le economie dei paesi BRIC hanno sperimentato una forte crescita ma sono ancora di dimensioni ridotte se paragonate con i paesi occidentali. Il grafico sotto paragona il PIL 2007 dei principali paesi sviluppati con quello di Cina, Russia, Brasile e India0011_BRIC, redditi

E’ lampante la differenza che ancora separa le economie BRIC (Cina, Brasile, Russia e India) dalle economie sviluppate (USA, UE, Giappone, UK e      Canada).

  • Omogeneità: il BRIC è un concetto giornalistico ma nella realtà comprende paesi molto diversi tra di loro.

Il Brasile è un paese ricco di materie prime agricole che sta assistendo ad uno sviluppo interno basato sul settore manifatturiero e sul proprio mercato interno.

La Russia è un paese ricco di materie prime (petrolio e metalli) con gravi problemi di corruzione nella pubblica amministrazione che trae la propria ricchezza principalmente dalla massiccia esportazione di greggio.

L’India è un paese con un basso reddito pro – capite che sta crescendo a ritmi medio – alti grazie al mercato interno, alla delocalizzazione di servizi e all’elevato numero di laureati in materie tecnico scientifiche.

La Cina è un paese a medio – basso reddito pro – capite che ha conosciuto uno spettacolare sviluppo trainato dall’export di prodotti manifatturieri ad alto contenuto di manodopera e dai forti investimenti (il tasso di risparmio della Cina è tra i più alti al mondo)

  • Commercio internazionale: gli USA negli anni ’90 hanno avuto forti deficit commerciali consentendo al resto del mondo (soprattutto ai paesi emergenti) un enorme mercato su cui esportare prodotti. La crisi del 2008 ridurrà il deficit commerciale USA dato l’aumento del risparmio a scapito dei consumi

Per quanto riguarda gli investimenti azionari nei paesi BRIC scriverò un post prossimamente visto che ci sono diversi elementi poco conosciuti. Per quanto riguarda l’aspetto economico, penso molto difficile vedere uno scenario “scollegato” in cui si assista ad una crisi economica nei paesi sviluppati ed un elevato livello di crescita nei paesi emergenti.

La crescita dei paesi emergenti sarà probabilmente superiore per molto tempo a quella dei paesi sviluppati (anche se i ritmi potrebbero rallentare per quanto riguarda la Cina) ma l’andamento economico sarà collegato: crescita per i paesi sviluppati e per i paesi BRIC o crisi per i paesi sviluppati e crescita rallentata per i paesi BRIC.

Alessandro Rossi

Leggendomi VAFFANBANKA (ve lo consiglio, un libro davvero spassoso) mi sono imbattuto nella fantomatica figura dello “zio Pino”. Spero che gli autori non se la prendano se mi rifaccio al loro personaggio che mi ha rallegrato per un’intera serata. Come fosse lo zio Pino non era specificato eppure una delle sue caratteristiche era l’invariabile

compra al massimo e vende al minimo

Nello zio Pino si sono immedesimati tanti investitori considerando che, secondo alcune ricerche

  • Il 10 % degli investitori guadagna soldi in borsa
  • Il 20 % degli investitori ha risultati neutri in borsa
  • Il 70 % degli investitori perde soldi in borsa

Crash

È sbagliato pensare di comprare al minimo e vendere al massimo ma è ragionevole cercare di formarsi un’idea sulla tendenza del mercato.

Il mercato è fatto dalle previsioni degli investitori sullo stato futuro dell’economia (delle aziende quotate nel caso della borsa). Un vecchio detto è

i mercati anticipano di 6 mesi l’andamento dell’economia

o

buy on rumors, sell on news

(compra sulle indiscrezioni, vendi sulle notizie)

questo significa che quando una notizia è ufficiale non ha più alcuna influenza nei prezzi (la notizia è stata “scontata nei prezzi”). Le notizie sono come il pesce, dopo 3 giorni puzzano.

Ciò nonostante è abbastanza frequente sentire considerazioni secondo cui i mercati sono irrazionali perché oggi salgono mentre la disoccupazione continua ad aumentare ed i fallimenti societari sono all’ordine del giorno.

I problemi della disoccupazione e dei fallimenti sono stati la ragione del crollo delle borse da settembre 2008 a marzo 2009, l’aumento della disoccupazione era già stato scontato nel settembre 08 (quando la borsa era crollata) mentre ora un “peggioramento migliore delle attese” fa risalire i mercati.

Casomai i dubbi sulla sostenibilità dei rialzi sono legati agli elevati deficit pubblici (Francia e Germania escono dalla recessione nel II trimestre 09) che imporranno una “exit strategy” (su cui è in preparazione un post) e sul ruolo che hanno avuto i “carry trade” e l’immissione di liquidità nel rialzo dei mercati (anche qui è in preparazione un post, tempo permettendo…).

Per tornare al tema indicatori leader e indicatori lagger, esistono due categorie di indicatori:

  • Gli indicatori leader: indicatori che tendono ad anticipare l’evoluzione dell’economia e che guidano il mercato (ad esempio le aspettative dei consumatori che permettono di fare previsioni sull’andamento dei consumi privati e, quindi, sui profitti delle imprese che vendono beni di consumo)
  • Gli indicatori lagger: indicatori che seguono l’andamento dell’economia e che confermano lo stato in cui si trova (ad esempio il tasso di disoccupazione).

Gli indicatori leader sono quelli che hanno maggior impatto sulla direzione del mercato (rialzo o ribasso) mentre gli indicatori lagger confermano o smentiscono l’entità delle aspettative (maggiore o minore velocità del rialzo o del ribasso rispetto alle attese).

Se prestare maggiore attenzione agli indicatori leader o agli indicatori lagger è soggettivo, zio Pino preferisce sempre gli indicatori lagger come la disoccupazione che, sicuramente, lo avrà portato a iniziare a vendere le proprie azioni a marzo quando il numero delle persone che ha perso il proprio lavoro (purtroppo) è iniziato ad aumentare in modo significativo.

Quando, da bambino, l’investitore inizia a parlare le sue prime parole non sono “mamma” o “papà” e nemmeno “cane” o “gatto”. Il vero investitore quando inizia a parlare balbetta “nel lungo periodo la borsa rende di più”.

L’investitore cresce, esce con una ragazza e si presenta “ciao, sono _____, lo sai che nel lungo periodo la borsa rende di più”. Quando ha una crisi di mezza età va dal dottore e dice “dottore non mi sento bene, però lo sa che nel lungo periodo la borsa rende di più”. Al termine del proprio lavoro, va in pensione e, all’impiegato delle poste che gli salda la rata del mese risponde cortese “ 100… 200… 300…, grazie ci sono tutti. Ma lo sa che nel lungo periodo la borsa rende di più”.

Che “la borsa rende di più” nel “lungo periodo” ormai è entrato nel credo comune.

0008_stampa_soldi

Visto che ho sempre l’abitudine di andare a mettere alla prova i luoghi comuni, mi è venuto voglia di controllare se è vero che nel lungo periodo investire in borsa risulta così conveniente.

Controllare i rendimenti di lungo periodo della borsa nell’UE mi è stato troppo difficile perché solo negli ultimi 10 anni si utilizza l’euro e, negli anni ’80 e ’90, paesi come l’Italia e la Francia hanno posto delle barriere alla mobilità di capitali verso l’estero.

Per semplificarmi la vita, ho analizzato i dati sul mercato USA (indice MSCI USA) a partire dal 01/01/1970 sino al 31/08/2009. 39 anni e rotti di storia di un indice sono già abbastanza significativi.

100 $ investiti nel 01/01/1970 valgono 2.365 $ al 31/08/2009 (utili reinvestiti e tassazione pagata, i dati sono tratti dal sito www.mscibarra.com ).  Calcolando il tasso annuo di rendimento

LA BORSA USA HA AVUTO UN RENDIMENTO NOMINALE DEL 8,30 % ANNUO NEGLI ULTIMI 40 ANNI

Sapere quanto rende la borsa ci interessa ma ci interessa ancora di più sapere quanto rende la borsa al netto dell’inflazione.

Corretti per l’inflazione, 100 $ nel 1970 valgono 586,79 $ nel 2009. Se correggiamo il rendimento per l’inflazione otteniamo il rendimento reale della borsa

LA BORSA USA HA AVUTO UN RENDIMENTO REALE DEL 3,58 % ANNUO NEGLI ULTIMI 40 ANNI

Questo significa che

CHI HA INVESTITO PER 40 ANNI NELLA BORSA USA

(INIZIANDO NEL 1970)

HA OTTENUTO UN RENDIMENTO MEDIO PARI A

INFLAZIONE + 3,58 % OGNI ANNO

Di sotto inserisco il grafico con il rendimento reale della borsa per 100 $ investiti il 01/01/1970 (i dati sono ottenuti prendendo le variazioni dei prezzi delle azioni, gli utili reinvestiti, le imposte e correggendo il risultato per l’inflazione del periodo) con benchmark MSCI USA.

0008_rendimento reale borse

In sostanza è vero che nel lungo periodo la borsa rende più dell’inflazione ma non è così semplice come sembra infatti

  • Tra il 1970 ed il 1981 il risultato di un investimento in borsa è stato particolarmente negativo (con punte di perdita del 45 % sul valore reale)
  • Tra il 1982 ed il 2000 il risultato di un investimento in borsa è stato eclatante (un aumento del 1.400 % del valore reale)
  • Tra il 2001 ed il 2009 il risultato è stato negativo per un 42 % con un recupero parziale tra il 2003 ed il 2006.

In conclusione è vero che negli ultimi 40 anni i rendimenti della borsa sono stati positivi, ma i rendimenti positivi sono legati a periodi di rapido aumento delle quotazioni a fronte di lunghi periodi con risultati piatti o negativi.

Questo mi fa venire in mente altre due domande:

  • Quanto deve essere lungo il periodo in borsa per ridurre il rischio?
  • Vale la pena investire con un forte rischio per ottenere un rendimento di inflazione + 3,58 % se pago il 3,00 % l’anno di commissioni di gestione ed ottengo

A queste domande sto lavorando, un post è in preparazione, non perdetevi la prossima puntata!

Uno degli aspetti di questa crisi di cui rimango sempre più colpito riguarda l’informazione, il modo in cui vengono trasmesse le notizie.

Questa crisi non è una crisi economica, è una crisi finanziaria nata da problemi economici non risolti che sono stati ingigantiti da un sistema finanziario che era stato reso fragile dagli anni ’90 nel tentativo di aumentare la redditività delle banche.

La crisi del mercato immobiliare USA, iniziata con il calo dei prezzi delle case nel 2006 avrebbe avuto comunque un effetto nefasto sull’economia però non un tracollo come si è visto se non ci fosse stato un sistema finanziario che ballava sul burrone.

Lo sviluppo dei mercati dei derivati OTC (over the counter, cioè fuori dal controllo delle borse) e la leva finanziaria delle banche hanno creato le condizioni per cui perdite relativamente piccole ma impreviste potessero amplificarsi sino a trasformarsi in crisi sistemiche.

In sostanza, si sono create le condizioni perché un battito di ali di farfalla nel mercato immobiliare si potesse trasformare in un uragano nelle borse e, a seguire, in un tifone sull’economia.

Però torniamo ai CDS, uno degli inneschi della paurosa crisi finanziaria del 2008.

I CDS (credit default SWAP) sono dei contratti tra due investitori che hanno lo scopo di passare il rischio di credito su un particolare debitore.

Il meccanismo di un CDS è complicato, comunque sia si tratta di un’assicurazione sul credito. Un creditore vuole ridurre o annullare il rischio di credito verso un suo debitore e si accorda con una società che gli garantisce il credito. In caso di fallimento del debitore, la società si accollerà gli oneri derivanti dal fallimento e, in cambio di questa assunzione di rischio, il creditore pagherà un premio annuo.

I CDS si sono diffusi rapidamente tra le banche per gestire il rischio di credito sulle aziende di grandi dimensioni permettendo di finanziare operazioni di grandi dimensioni con una sola banca che poi avrebbe condiviso il rischio con altre banche attraverso i CDS.

Di sotto possiamo vedere il grafico dell’ammontare delle coperture assicurative raggiunto dai CDS secondo i dati forniti dalla Banca dei Regolamenti internazionali. Per semplicità, abbiamo confrontato i dati con il PIL USA. I valori sono espressi in miliardi di $

0005_CDS Nozionale

E di sotto ancora il valore dei contratti, sempre confrontato con il PIL USA

0005_CDS valore di mercato

E’ impressionante osservare le dimensioni di questo mercato che, durante il picco raggiunto a dicembre 2007, aveva superato di circa 4 volte il PIL degli USA.

Il contratto di CDS non è né buono né cattivo, è uno strumento. Un CDS può essere utile per trasferire il rischio di credito permettendo di diversificare l’esposizione sugli emittenti di maggiori dimensioni finanziati dalle banche.

Tutti gli strumenti hanno però il lato oscuro, tanto che i CDS e gli altri derivati hanno portato alla famosa frase, poi attribuita a Warren Baffett, che siano

“armi finanziarie di distruzioni di massa”

0005_Bomba atomica

Quali sono i problemi dei CDS?

  • I CDS non sono garantiti e soffrono del rischio di credito del garante. Per essere più semplici, la Banca 1 può comprare un CDS dalla Banca 2 per garantirsi dal fallimento di una grande azienda. Se l’azienda dovesse fallire la Banca 2 coprirà la Banca 1 dalle perdite. Cosa succede però se l’azienda fallisce e anche la Banca 2 fallisce? Semplice, la Banca 1 ha un credito inesigibile verso la Banca 2 che doveva assicurarla contro il fallimento dell’azienda.
  • I CDS non sono necessariamente copertura di rischio. Immaginiamo che uno speculatore immagini che l’Azienda Alfa possa fallire, come può guadagnare soldi? Semplice, si mette a comprare dei CDS sull’Azienda Alfa. Se l’azienda fallirà incasserà l’assicurazione mentre in caso negativo pagherà tutti gli anni un premio.

Le assicurazioni sono però nate per coprire il rischio, non per speculare. Oggi potrebbe verificarsi un paradosso: l’Azienda Alfa ha un debito di 1.000 mln € mentre ci sono 5.000 mln € di CDS a copertura del rischio di credito. Se l’Azienda Alfa fallisse senza rimborsare un centesimo i creditori perderebbero 1.000 mln € ma i rimborsi per CDS ammonterebbero a 5.000 mln €!!!

E non si tratta di dettagli. I CDS hanno in sé un elemento destabilizzante e possono portare a fallimenti a catena amplificando le perdite in caso di fallimento di una società anziché ridurre i danni come succede per le normali assicurazioni.

Il caso di AIG, la più grande assicurazione del mondo messa in ginocchio dalle perdite su CDS e CDO, ci mostra come questa situazione sia drammaticamente pericolosa. Come disinnescare la miccia? La sola risposta è nei regolamenti del mercato. Occorre fare in modo che i contratti siano garantiti dalle borse attraverso la cassa di compensazione con i meccanismi dei margini di garanzia (cercherò di parlarne in uno dei prossimi post) e / o occorre porre limiti alla quantità di CDS negoziabili vietando che l’ammontare dei CDS superi i debiti dell’emittente (come, nelle assicurazioni, è vietato assicurare un bene per un importo superiore al suo valore….).

Ad ogni modo, le possibili soluzioni normative per ridurre i rischi di crisi finanziaria che probabilmente saranno portati avanti dai governi nei prossimi anni, avranno come effetto quello di ridurre la redditività delle banche. Su questo, nei prossimi mesi, troverete un post sul blog

I dati che sono usciti ad agosto mostrano che nel II trimestre del 2009 l’economia europea ha avuto un PIL a – 0,10 % rispetto al I trimestre 2009 e che Francia e Germania hanno assistito ad una crescita del PIL su base trimestrale, uscendo dalla recessione.

0003_Fuochi d'artificio

La notizia è positiva e indica che le misure di stimolo messe in atto dai governi sono riuscite nell’intento di evitare il collasso del sistema.

Questo miglioramento era già stimato dal mercato che ha messo a segno, a partire dai primi di marzo, un aumento veramente rapido che si è visto raramente nella storia. Di sotto riportiamo l’evoluzione dell’indice Dj Eurostoxx 50 nell’ultimo anno: è passato da un minimo di 1.810 punti del 09/03/2009 ai 2.663 punti del 20/08/2009, un rialzo del 47 % in 5 mesi.

0003_Eurostoxx

Prima di farci prendere dall’euforia, occorre leggere i dati in modo più approfondito.

Nonostante un miglioramento dell’economia già dal II trimestre 09, il 2009 sarà un anno di recessione per la maggioranza dei paesi europei a causa del forte calo avvenuto nel I trimestre 2009. Parlando di Germania, Francia e Italia, le tre maggiori economie dell’area UE, i dati più aggiornati del FMI indicano una variazione del PIL pari a

0003_PIL

N.B. i dati sono aggiornati ad aprile 2009 e per il 2009 e per il 2010 sono previsioni

Il calo è consistente eppure occorre considerare che l’economia è sostenuta dal settore pubblico. Andando a osservare il deficit pubblico (cioè la differenza tra le uscite e le entrate del settore pubblico) che sostiene l’economia tramutandosi in domanda di beni e di servizi, vediamo che

0003_Deficit

Rispetto al 2007, il deficit del 2009 è atteso in aumento di circa 4 punti percentuali per tutti e 3 i paesi considerati. Se immaginiamo che 1 punto di deficit si trasformi in 1,60 % punti di PIL (grazie all’azione del moltiplicatore keynesiano) questo significa che i dati del PIL che indicano valori prossimo allo 0 per il 2010 nei principali paesi europei sono sostenuti da 4 * 1,60 = 6,40 % punti derivanti dalla maggior spesa pubblica.

0003_danaro

I consumi privati e gli investimenti delle aziende, i due principali componenti del PIL dei paesi occidentali, continuano a restare deboli mentre la spesa pubblica sostiene l’economia. In effetti la disoccupazione nei paesi europei è prevista in aumento fino al 2011 e in condizioni di perdita di lavoro e / o di incertezza sul futuro è ragionevole attendersi che i consumatori preferiscano risparmiare per sicurezza.

In conclusione, l’uscita dalla recessione dell’area euro nel II trimestre 2009 è una ottima notizia ma è ancora presto per affermare che la crisi sia finita. L’economia è sostenuta dalla spesa pubblica e la crescita rimane ancora molto bassa.

Dal 2007 la crisi finanziaria ed economica ha colpito le borse polverizzando il valore degli investimenti.

Alcune società “insospettabili” sono fallite (tra le banche e tra le aziende automobilistiche), altre sono arrivate a perdere il 90% del proprio valore rispetto ai massimi raggiunti nel 2007.

La domanda che molti ci fanno è: quanto hanno perso i mercati?

Per fare chiarezza prendiamo i dati sugli indici FTSE MIB e DJ EUROSTOXX 50

FTSE MIB è il principale indice del mercato italiano, composto dalle 40 maggiori società quotate sulla borsa di Milano che, da sole, coprono circa l’80 % della capitalizzazione del mercato.

DJ EUROSTOXX 50 è l’indice che comprende le 50 maggiori società quotate sulle borse dei paesi dell’euro.

Il vantaggio degli indici è quello di essere semplici da osservare e di indicare la tendenza generale del mercato, evitandoci di considerare i casi estremi di azioni con risultati molto migliori o peggiori rispetto alla media.

Di sotto posto 2 grafici a 10 anni tratti dalle newsletter:

FTSE MIB

Il grafico che mostra l’andamento dell’indice FTSE MIB a partire dal 1999 per arrivare al 2009. Sulla colonna di destra i punti rappresentano il valore dell’indice

DJ EUROSTOXX 50

Il grafico che mostra l’andamento dell’indice DJ EUROSTOXX 50 a partire dal 1999 per arrivare al 2009. Sulla colonna di destra i punti rappresentano il valore dell’indice

Già a colpo d’occhio i grafici degli ultimi 10 anni sembrano delle montagne russe (la bolla “new economy” del 2000 prima, la crisi del 2001 poi, la ripresa del 2003 – 2007 e la crisi dei subprime del 2007 – 2008 alla fine)

I massimi raggiunti (guardando le chiusure del venerdì sera) dagli indici sono stati

I massimi raggiunti (guardando le chiusure del venerdì sera) dagli indici sono stati

FTSE MIB 44.364 punti il 20/05/2007

DJ EUROSTOXX 50 4.556 punti il 03/06/2007

Se guardiamo i dati di oggi

FTSE MIB 17.984 punti il 09/07/2009

DJ EUROSTOXX 50 2.299 punti il 09/07/2009

Quindi, dal picco, i risultati sono stati

FTSE MIB – 59,46 %

DJ EUROSTOXX 50 – 49,54 %

Un bel tracollo!