L’indice più utilizzato è il rendimento dell’azione (o earning yield) o, che è la stessa cosa, il rapporto prezzo/utili. L’idea è che un’azione con un rendimento basso (e di conseguenza un P/U alto) ha un prezzo elevato rispetto agli utili attuali: o gli utili cresceranno in futuro o il prezzo dell’azione ne risentirà.

Spesso si osservano dati sul rendimento di una singola azione, ma chi ha dati sul rendimento di un intero mercato?

Ad un investitore che destina una quota del suo portafoglio poco importa dei dati di una singola azienda, più interessante è avere dati simili per l’intero mercato. A questo proposito abbiamo raccolto dei dati e creato una simile elaborazione sul principale indice del mercato italiano: lo FTSE MIB.

Lo FTSE MIB è l’indice che comprende le 40 maggiori società italiane quotate sulla borse di Milano (il peso delle società è differente a seconda della dimensione) e rappresenta circa l’80 % del valore delle società quotate su Borsa Italiana.

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Al 23/03/09 la composizione dell’indice FTSE MIB era la seguente

ImmagineGli utili del 4° trimestre 2008 di un investitore che avesse posseduto le azioni che compongono un indice sarebbero stati pari a 335,49 € (considerando anche le perdite). Se moltiplichiamo il dato per 4 (il numero dei trimestri) possiamo annualizzare il dato e otteniamo 1.342,00 € di utili

UTILE ANNUALIZZATO 4° TRIMESTRE 08

1.342 € / INDICE

Nello stesso periodo l’indice FTSE MIB (che si chiamava ancora S&P MIB) valeva 19.460 €

FTSE MIB 30/12/08

19.460 €

Facendo i soliti calcoli,

il rendimento dell’investimento da utile è stato pari al (1.342 / 19.640) = 8,10 % annualizzato

il rapporto prezzo/utile è stato pari a (19.640 / 1.342) = 14,63 volte

FTSE MIB: UTILE ANNUALIZZATO 6,83 %

FTSE MIB: PREZZO / UTILE 14,63 volte

Con questo, non possiamo dire che si tratti di un valore buono o meno, dipenderà molto dall’evoluzione futura degli utili che è legata allo sviluppo della crisi economica eppure il dato è molto indicativo per capire quanto si sta comprando sul mercato italiano.

Dal 2007 la crisi finanziaria ed economica ha colpito le borse polverizzando il valore degli investimenti.

Alcune società “insospettabili” sono fallite (tra le banche e tra le aziende automobilistiche), altre sono arrivate a perdere il 90% del proprio valore rispetto ai massimi raggiunti nel 2007.

La domanda che molti ci fanno è: quanto hanno perso i mercati?

Per fare chiarezza prendiamo i dati sugli indici FTSE MIB e DJ EUROSTOXX 50

FTSE MIB è il principale indice del mercato italiano, composto dalle 40 maggiori società quotate sulla borsa di Milano che, da sole, coprono circa l’80 % della capitalizzazione del mercato.

DJ EUROSTOXX 50 è l’indice che comprende le 50 maggiori società quotate sulle borse dei paesi dell’euro.

Il vantaggio degli indici è quello di essere semplici da osservare e di indicare la tendenza generale del mercato, evitandoci di considerare i casi estremi di azioni con risultati molto migliori o peggiori rispetto alla media.

Di sotto posto 2 grafici a 10 anni tratti dalle newsletter:

FTSE MIB

Il grafico che mostra l’andamento dell’indice FTSE MIB a partire dal 1999 per arrivare al 2009. Sulla colonna di destra i punti rappresentano il valore dell’indice

DJ EUROSTOXX 50

Il grafico che mostra l’andamento dell’indice DJ EUROSTOXX 50 a partire dal 1999 per arrivare al 2009. Sulla colonna di destra i punti rappresentano il valore dell’indice

Già a colpo d’occhio i grafici degli ultimi 10 anni sembrano delle montagne russe (la bolla “new economy” del 2000 prima, la crisi del 2001 poi, la ripresa del 2003 – 2007 e la crisi dei subprime del 2007 – 2008 alla fine)

I massimi raggiunti (guardando le chiusure del venerdì sera) dagli indici sono stati

I massimi raggiunti (guardando le chiusure del venerdì sera) dagli indici sono stati

FTSE MIB 44.364 punti il 20/05/2007

DJ EUROSTOXX 50 4.556 punti il 03/06/2007

Se guardiamo i dati di oggi

FTSE MIB 17.984 punti il 09/07/2009

DJ EUROSTOXX 50 2.299 punti il 09/07/2009

Quindi, dal picco, i risultati sono stati

FTSE MIB – 59,46 %

DJ EUROSTOXX 50 – 49,54 %

Un bel tracollo!

C’era una volta il risparmiatore italiano, che andava in banca a depositare i propri risparmi e solitamente veniva indirizzato su titoli di stato o depositi bancari. Strumenti finanziari semplici e sicuri, quasi noiosi.

Negli anni ottanta, con la nascita dei fondi comuni di investimento, il mercato è cambiato: ogni risparmiatore, anche il più piccolo, aveva la possibilità di affidare parte della propria ricchezza ad un gestore professionista (professionista?) che, essendo un “esperto“, avrebbe ottenuto risultati migliori di lui.

Di sicuro c’è solo la commissione che il gestore incassa dai risparmi versati nel fondo, e le banche, capita le prospettive, si sono gettate nel mercato del risparmio gestito.

Titoli di stato? Depositi bancari? Storie vecchie signora, adesso abbiamo il fondo YYY che le darà risultati strabilianti. Venga  che le spiego…

Il fondo YYY sarà davvero buono? Per la banca che lo vende e che prende delle laute commissioni, certo. Per il risparmiatore dipende, potrebbe aver ricevuto un servizio di assistenza che lo ha indirizzato verso il fondo con il rischio a lui adeguato ma la banca paga i dipendenti per vendere, non per fare consulenza.

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Ogni fondo e ogni obbligazione strutturata, in sostanza ogni strumento finanziario che il risparmiatore vede come “complicato” paga commissioni che danno alle banche un forte utile. Maggiore è la complessità e, di solito, maggiori sono le commissioni.

Il risparmiatore non è un esperto di finanza (altrimenti che bisogno avrebbe della banca?) e i dipendenti bancari ricevono le loro informazioni dalla banca stessa, che incassa commissioni dalla vendita degli strumenti finanziari.

La tentazione di vendere gli strumenti finanziari più redditizi ai clienti poco esperti è irresistibile, ed ecco che i portafogli degli italiani si riempiono di

Obbligazioni Cirio                    nel 2002

Titoli di stato argentini             nel 2001

Obbligazioni Parmalat              nel 2003

e

Azioni Hi Tech                         nel 2001

Azioni di banche                      nel 2007

Oltre ai fondi in cui i “gestori professionisti” investono su questi strumenti finanziari.

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Ad un certo punto il nostro risparmiatore che aveva investito 100 Euro nel 2007 va in banca a chiedere quanto abbia reso il suo investimento.

Se avesse messo i suoi soldi in titoli di stato (noioso, no?), ora avrebbe guadagnato qualche misero punto percentuale e si troverebbe con 105, 106 o 107 Euro.

Ma il nostro risparmiatore si è affidato ad un esperto gestore, un luminare della finanza indicatogli dalla sua banca di fiducia, che ha investito i suoi risparmi sul mercato azionario americano.

Tutto contento va in banca e scopre che… Il suo conto ammonta a ben 50 Euro.

Per 2 anni ha rischiato, affidato i risparmi ad un esperto e ha ottenuto solo una bella perdita!

La morale di questa favola è che:

1) Non esistono metodi facili per guadagnare denaro (spero non avervi deluso). Per avere alti guadagni bisogna correre alti rischi

2) I rendimenti sono bassi, soprattutto in questo periodo, quindi occorre pagare le commissioni più basse possibili (mai sentito parlare di ETF, o di acquisto diretto di obbligazioni e di titoli di stato senza utilizzare i fondi comuni?).

3) Volendo evitare di ripetere le esperienze dei risparmiatori degli ultimi vent’anni occorrerà informarsi da fonti indipendenti, non influenzate dagli interessi legati alla vendita di determinati strumenti finanziari.

EconomyPress International si propone di essere essere una di queste fonti.