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	<title>EconomyPress Blog &#187; Il cannochiale</title>
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	<description>EconomyPress International, L&#039;ECONOMIA A PORTATA DI CLICK!</description>
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			<item>
		<title>Le banche centrali e l’oro… una nuova bolla II ?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/11/le-banche-centrali-e-l%e2%80%99oro%e2%80%a6-una-nuova-bolla-ii-276/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 10:28:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[commodity]]></category>
		<category><![CDATA[dollaro]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>
		<category><![CDATA[valute]]></category>

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		<description><![CDATA[Se gli USA avranno inflazione moderata e non si verificheranno timori sulla stabilità del dollaro, mi aspetto che le Banche Centrali dei paesi emergenti resteranno “tranquille” e rallenteranno il ritmo di acquisti di oro degli ultimi mesi. In questo scenario la bolla dell’oro scoppierebbe e potrebbero esserci spazi per un brusco ribasso del prezzo dell’oro, come successo negli anni ’80.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno a tutti, dopo un periodo un po’ intenso sul fronte lavorativo torno (finalmente) a scrivere sul  blog.</p>
<p>Visto l’interesse e l’attualità dell’oro ho pensato di aggiornare il post già scritto il 09/09/09 (per chi fosse interessato <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/09/la-corsa-dell%E2%80%99oro-una-nuova-bolla-223/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">La corsa all’oro: una nuova bolla?</span></a>).</p>
<p>In questo post pensavo di focalizzarmi su un attore di mercato che opera sull’oro ma non sulle altre commodity: le <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
<p>A differenza delle altre commodity, l’oro è stato utilizzato come moneta e le <strong>banche centrali</strong> detengono forti <strong>riserve di oro</strong>. Tra il 1944 e il 1972 addirittura l’oro non aveva mercato dato che era convertibile ad un tasso fisso in dollari e che tutte le altre valute erano agganciate al <strong>dollaro</strong>… in pratica l’oro era la base del sistema monetario.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-280" title="0014_Deposito" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Deposito.jpg" alt="0014_Deposito" width="304" height="288" /></p>
<p>Di sotto vi riporto due tabelle costruita sui dati presi da Wikipedia:</p>
<ul>
<li>La prima tabella mostra l’ammontare delle <strong>riserve di oro</strong> detenute dalle <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi      sviluppati (tranne il Giappone) e la percentuale dell’oro sulle riserve      totali delle <strong>Banche Centrali</strong> (compreso anche le valute)</li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-277" title="0014_Riserve di oro I" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Riserve-di-oro-I.bmp" alt="0014_Riserve di oro I" /></p>
<ul>
<li>La seconda tabella mostra l’ammontare delle <strong>riserve di oro</strong> detenute dalle <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi      emergenti e del Giappone e la percentuale dell’oro sulle riserve totali      delle <strong>Banche Centrali</strong> (compreso      anche le valute estere)</li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-278" title="0014_Riserve di oro II" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Riserve-di-oro-II.bmp" alt="0014_Riserve di oro II" /></p>
<p>I dati sono lampanti:</p>
<ul>
<li>I paesi sviluppati hanno alte percentuali      (solitamente tra il 60 e l’80 %) delle <strong>riserve di oro</strong> sul totale delle riserve delle <strong>Banche Centrali</strong>.</li>
<li>I paesi emergenti e il Giappone, che negli ultimi      anni hanno accumulato forti riserve valutarie esportando nei paesi      sviluppati manufatti, hanno basse percentuali (sotto il 5 %) delle <strong>riserve di oro</strong> sul totale delle      riserve delle <strong>Banche Centrali</strong></li>
</ul>
<p>Cina e Giappone, i primi 2 paesi mondiali per ammontare di riserve, hanno delle <strong>riserve di oro</strong> relativamente basse sul totale.</p>
<p>Se il <strong>dollaro</strong> si dovesse svalutare, i paesi come la Cina e il Giappone si troverebbero a subire forti svalutazioni sulle proprie riserve… ecco perché vediamo una forte domanda di oro da parte delle <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
<p>Non più di 2 giorni fa (il 02/11/09) la Banca Centrale dell’India ha acquistato 200 ton di oro dal FMI. Non si tratta di speculazione ma di un ribilanciamento delle riserve aumentando la quota di oro rispetto alle valute estere.</p>
<p>Qualche mese fa la Banca Centrale della Cina ha dichiarato di aver acquistato 400 ton di oro mentre molte altre <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi sviluppati hanno deciso di sospendere o rallentare le vendite di oro.</p>
<p>Come si comporteranno in futuro le <strong>Banche Centrali</strong>? La risposta è (come sempre) dipende.</p>
<p>Se gli USA avranno inflazione moderata e non si verificheranno timori sulla stabilità del <strong>dollaro</strong>, mi aspetto che le <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi emergenti resteranno “tranquille” e rallenteranno il ritmo di acquisti di oro degli ultimi mesi. In questo scenario la bolla dell’oro scoppierebbe e potrebbero esserci spazi per un brusco <strong>ribasso del prezzo dell’oro</strong>, come successo negli anni ’80.</p>
<p>Se il <strong>dollaro</strong> perderà il suo ruolo di valuta di riserva potremmo assistere ad ulteriori acquisti di oro da parte delle <strong>Banche Centrali</strong> per aumentare le proprie <strong>riserve di oro</strong>. In questo potrebbero esserci ulteriori spazi per un <strong>rialzo del prezzo dell’oro</strong>.</p>
<p>Come sempre attenzione, a maggior ragione quando il mercato è influenzato dalle decisioni di politica monetaria delle <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il fantasma dell&#8217;inflazione futura</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/il-fantasma-dell%e2%80%99inflazione-futura-257/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 10:22:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[grafici]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Per ora, non si vede inflazione nei prossimi anni anche se occorre restare molto molto attenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>Guardando i principali notiziari di economia sento ormai parlare per la maggiore di <strong>inflazione nei prossimi anni</strong> (vedere il post <a href="../2009/08/inflazione-o-deflazione-183/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Inflazione o deflazione</span></a>). Ogni giornalista e ogni analista continua a ripetere che si sta stampando talmente tanto denaro da riempire il deposito di zio Paperone e che questo porterà ad una fiammata inflazionistica nei prossimi anni.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-258" title="0011_Zio paperone" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Zio-paperone.jpg" alt="0011_Zio paperone" width="373" height="280" /></p>
<p>Come ormai avrete visto diffido della maggior parte degli analisti e seguo i loro suggerimenti… facendo esattamente l’opposto di quanto dicono.</p>
<p>Guardiamo quindi alcuni numeri.</p>
<p>L’inflazione dipende da un aumento della <strong>quantità di moneta in circolazione</strong> superiore rispetto all’aumento del PIL.</p>
<p>Attenzione: aumento della moneta in circolazione (<strong>M3</strong>) non aumento della <strong>quantità di moneta stampata</strong> (<strong>M1</strong>).</p>
<p>Questo significa che se le banche centrali emettono moneta (<strong>M1</strong>) ma il sistema finanziario è paralizzato e non la utilizza (<strong>M3</strong>) non si genera inflazione. È quello che è successo durante la crisi del  Giappone degli anni ’90.</p>
<p>Prendiamo quindi il grafico, per l’area UE, della <strong>quantità di moneta stampata</strong> e della <strong>quantità di moneta in circolazione</strong>.</p>
<p>Di sotto il grafico della <strong>quantità di moneta stampata</strong> totale nella zona euro (i dati sono in mln € l’ammontare totale era quindi di 4.134.918.000.000 € a marzo 2009) da gennaio 2003 a marzo 2009.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-259" title="0011_Moneta stampata" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Moneta-stampata.gif" alt="0011_Moneta stampata" width="572" height="346" /></p>
<p>E la <strong>quantità di moneta in circolazione</strong> totale nella zona euro (i dati sono in mln € l’ammontare totale era quindi di 8.995.486.000.000 € a marzo 2009) da gennaio 2003 a marzo 2009</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-260" title="0011_Moneta in circolazione" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Moneta-in-circolazione.gif" alt="0011_Moneta in circolazione" width="576" height="348" /></p>
<p>Come si vede, l’aumento della <strong>quantità di moneta stampata</strong> c’è stato ma si è rivelato tutto sommato nella norma.</p>
<p>Per quanto riguarda la <strong>quantità di moneta in circolazione</strong>, durante la crisi abbiamo assistito ad una brusca riduzione dell’aumento, soprattutto a causa della riduzione della leva finanziaria delle banche (vedere il post <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/09/gli-utili-delle-banche-torneranno-ai-livelli-pre-crisi-dice-babbo-natale-203/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Gli utili delle banche torneranno ai livelli pre crisi, dice Babbo Natale</span></a>) che le ha portate a ridurre i prestiti creando il cosiddetto “credit crunch” nonostante tutte le smentite del caso.</p>
<p>Negli USA la situazione è diversa, la <strong>quantità di moneta stampata</strong> è stata molto più alta ma l’euro e il dollaro hanno tassi di cambio variabili quindi, se ci sarà inflazione negli USA, vedremo il dollaro deprezzarsi rispetto all’euro.</p>
<p>Ci sono parecchie variabili monetarie (i tassi di interesse delle banche centrali), fiscali (la spesa dei governi) ed economiche (la velocità e la forza della ripresa) che influiranno sull’inflazione e che rendono difficile prevedere come evolverà l’inflazione futura.</p>
<p>Per ora, non si vede <strong>inflazione nei prossimi anni</strong> anche se occorre restare molto molto attenti.</p>
<p>Alessandro Rossi</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Spread BTP – BUND: l’Italia recupera</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/spread-btp-%e2%80%93-bund-l%e2%80%99italia-recupera-244/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/spread-btp-%e2%80%93-bund-l%e2%80%99italia-recupera-244/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 15:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
		<category><![CDATA[titoli di stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sia Italia che Germania hanno due debiti pubblici di grande dimensione denominati nella stessa valuta (l’euro). Non esistono differenze di liquidità o di valuta, l’unica differenza nei tassi di interesse pagati deve riflettere una differenza nel rischio di credito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di finanza al 90 % sento considerazioni sulla borsa. Già questo sarebbe sufficiente a dire che sono annoiato nel parlare continuamente di azioni.</p>
<p>Poi guardo i portafogli normali e mi accorgo che la componente maggiore non sono le azioni ma le <strong>obbligazioni</strong>. Anche se le azioni hanno le variazioni più volatili e comportano la maggioranza delle perdite e dei guadagni, sono le <strong>obbligazioni</strong> a far la parte del leone.</p>
<p>D’altra parte, parlando di <strong>obbligazioni</strong> è difficile trovare i punti di riferimento che si hanno per le azioni: misurare il rischio e il rendimento del mercato obbligazionario non è così semplice come sul mercato azionario dove esistono indici sintetici (come il FTSE MIB o l’EUROSTOXX)</p>
<p>Un metodo semplice per misurare il <strong>rischio di credito</strong> su emittenti pubblici all’interno dell’UE è misurare la differenza sui tassi di interesse pagati sui <strong>titoli di stato</strong>: più un paese è rischioso più interessi pagherà e viceversa.</p>
<p>La differenza di tassi di interesse tra <strong>Italia</strong> e <strong>Germania</strong>, lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong>, è la principale misura utilizzata per valutare la differenza di rischio che gli investitori attribuiscono ai due paesi.</p>
<p>Sia <strong>Italia</strong> che <strong>Germania</strong> hanno due debiti pubblici di grande dimensione denominati nella stessa valuta (l’euro). Non esistono differenze di liquidità o di valuta, l’unica differenza nei tassi di interesse pagati deve riflettere una differenza nel <strong>rischio di credito</strong>.</p>
<p>Lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> si calcola prendendo la differenza nei rendimenti tra un titolo di stato dell’<strong>Italia</strong> a 10 anni (il <strong>BTP</strong>) e un titolo di stato a 10 anni della <strong>Germania</strong> (il <strong>BUND</strong>)</p>
<p>Negli anni ’90 le differenze tra i tassi pagati dall’<strong>Italia</strong> e dalla <strong>Germania</strong> erano enormi: l’<strong>Italia</strong> aveva un forte deficit pubblico e un elevato disavanzo commerciale mentre i conti tedeschi erano più solidi e il paese aveva un forte export quindi pagava interessi nettamente superiori alla <strong>Germania</strong>.</p>
<p>Con la nascita dell’euro le differenze si sono ridotte finché l’<strong>Italia</strong> è arrivata a pagare “solo” uno 0,20 % &#8211; 0,50 % in più della <strong>Germania</strong>.</p>
<p>Di sotto si può vedere il grafico con l’evoluzione dello <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> a partire dal 2001.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-246" title="0010_BTP - BUND" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0010_BTP-BUND.gif" alt="0010_BTP - BUND" width="588" height="477" /></p>
<p>Con la crisi finanziaria del 2008 gli investitori hanno cercato di abbandonare gli strumenti finanziari rischiosi e, in questo frangente, si è assistito ad una generale preferenza per la <strong>Germania</strong>, considerata meno rischiosa dell’<strong>Italia</strong>.</p>
<p>In aggiunta, nel 2008 molti hedge fund (argomento su cui scriveremo diversi post) avevano in essere pesanti posizioni in <strong>spread</strong> trading: compravano <strong>titoli di stato</strong> italiani a lunga scadenza e vendevano gli omologhi tedeschi per speculare sulla differenza. La chiusura delle posizioni ha imposto la vendita di <strong>titoli di stato</strong> italiani e l’acquisto di <strong>titoli di stato</strong> tedeschi ampliando ulteriormente la differenza.</p>
<p>Lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> è salito rapidamente arrivando a gennaio 09 a superare 1,50 %. Detto in altri termini,</p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">a gennaio 09 il mercato, per comprare un titolo di stato dell’<strong>Italia</strong> a 10 anni, </span></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">chiedeva un interesse superiore del  1,50 % ad un titolo di stato della <strong>Germania</strong> </span></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">(1,50 % all’anno * 10 anni = 15 % in 10 anni)</span></p>
<p>per poi scendere rapidamente e, nel momento in cui scriviamo (fine settembre 09) raggiungere lo 0,70 % annuo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-247" title="0010_Italia - Germania" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0010_Italia-Germania.jpg" alt="0010_Italia - Germania" width="400" height="271" /></p>
<p>La percezione che il rischio di fallimento dell’<strong>Italia</strong> si inferiore rispetto a quanto ci si poteva attendere durante la crisi del 2008 è confermata dal forte calo dei differenziali sui tassi.</p>
<p>Nel futuro lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> seguirà probabilmente l’andamento dei mercati finanziari (una ripresa dei mercati ridurrà lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> e, viceversa, un aggravamento della crisi aumenterà lo <strong>spread</strong>).</p>
<p>Nel 2004 – 2005 lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> era stato particolarmente compresso dalla fame di rendimenti che aveva spinto diversi investitori a comprare titoli dell’<strong>Italia</strong> accontentandosi solo di uno 0,20 % in più dei titoli della <strong>Germania</strong>. Valeva la pena di accontentarsi di un premio così esiguo per accollarsi il rischio default <strong>Italia</strong>? Difficilmente l’<strong>Italia</strong> fallirà ma una differenza di 0,20 % all’anno non è remunerativa per il rischio.</p>
<p>Attenzione però a non considerare la <strong>Germania</strong> come un benchmark a rischio zero: i forti stimoli all’economia messi in cantiere dalla <strong>Germania</strong> stanno peggiorando i conti e ne stanno riducendo l’affidabilità.</p>
<p>Meglio comprare i BTP più rischiosi e remunerativi o i BUND più sicuri ma meno remunerativi?</p>
<p>Vista la facilità di contrattazione sui mercati e la necessità di mantenere il <strong>rischio di credito</strong> sulla componente <strong>obbligazioni</strong> del portafoglio, in un momento di così forte incertezza come oggi suggerisco di diversificare sui <strong>titoli di stato</strong> dei principali paesi dell’UE (<strong>Italia</strong> e <strong>Germania</strong> in primis ma anche Francia e Olanda per patrimoni di dimensioni elevate) anziché concentrarsi su un solo emittente.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La corsa dell’oro: una nuova bolla?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/la-corsa-dell%e2%80%99oro-una-nuova-bolla-223/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 07:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[analisi di mercato]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economy-press.it/blog/?p=223</guid>
		<description><![CDATA[è difficile predire l’evoluzione del prezzo dell’oro. Da una parte se non si verificherà nulla di nuovo ci sono tutti i presupposti per parlare di una bolla speculativa ma se il dollaro dovesse perdere valore a causa dei timori di inflazione potremmo attenderci una forte domanda di oro da parte degli investitori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stavo provando a farmi un qualche bilancio degli ultimi anni. Certo prendere un periodo da un anno ad un altro è arbitrario, però dopo tanti anni di mirabolanti promesse di rendimento per gli investitori avevo voglia di scrivere qualche numero sulla carta.</p>
<p>L’investimento azionario negli ultimi 15 anni ha dato ben poche soddisfazioni (le banche dicono che occorre guardare il lungo periodo ma quando investo e dopo 15 anni mi trovo FTSE MIB e EUROSTOXX che non hanno raggiunto neppure l’<strong>inflazione</strong>…), l’obbligazionario a breve termine si è difeso dall’<strong>inflazione</strong> ma nulla più. L’obbligazionario a lungo termine ha dato qualche spunto in più, sempre che non ci si sia scordati di diversificare finendo invischiati in obbligazioni di aziende poi fallite (vedi Cirio, Parmalat ….) o in titoli strutturati che assomigliano più al gioco d’azzardo che all’investimento.</p>
<p>Su questo argomento pubblicherò un post prossimamente.</p>
<p>Per ora, mi focalizzo sull’unico investimento che ha saputo battere l’<strong>inflazione</strong> in modo molto netto: l’<strong>oro</strong>.</p>
<p>Premetto che ho poca stima per gli “esperti” e per gli “analisti” che, saranno pure più acculturati di quanto non lo sia io ma che ogni volta che sono ascoltati riescono a disintegrare i patrimoni degli investitori.</p>
<p>Quello che mi colpisce è che si parla di un particolare tipo di investimento quando i valori sono già saliti parecchio ed il mercato è pronto a correggere gli eccessi. È inutile allungarci, ne abbiamo visti tanti a partire dalla bolla della New Economy, la <strong>corsa all’oro</strong> del 2000.</p>
<p>Oggi si torna alla corsa al vecchio <strong>oro</strong>, il metallo giallo. Il <strong>prezzo dell’oro</strong> è aumentato rapidamente negli ultimi anni come possiamo vedere nel grafico sotto che ne riporta l’andamento negli ultimi 10 anni</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-224" title="0007_Prezzo dell'oro ultimi 10 anni" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0007_Prezzo-delloro-ultimi-10-anni.gif" alt="0007_Prezzo dell'oro ultimi 10 anni" width="635" height="515" /></p>
<p>Su questo argomento cerco di dare alcune considerazioni sulla situazione attuale del mercato.</p>
<p>PRIMA DI TUTTO RICORDO CHE TUTTI QUELLI CHE VI SOSTENGONO DI POTER PREVEDERE IL FUTURO SONO DEGLI ILLUSI O DEI ….</p>
<p>Per cui vi anticipo che se cercate previsioni sul <strong>prezzo dell’oro</strong> nei prossimi anni potete uscire dal blog e tornare ai soliti “esperti &amp; analisti” di sopra.</p>
<p>Come per tutti i mercati, l’analisi dell’<strong>oro</strong> dipende dall’analisi dell’offerta e della domanda.</p>
<p>Sul lato dell’offerta, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> dipendono dal contenuto di <strong>oro</strong> nelle miniere (quanti grammi di <strong>oro</strong> si trovano per tonnellata di roccia, solitamente si ragiona su valori di 3 – 4 grammi / ton per miniere che siano interessanti da un punto di vista commerciale, mentre per gli scavi a cielo aperto i valori possono essere inferiori), dalla profondità degli scavi, dai costi della manodopera e da altri fattori di mercato.</p>
<p>L’<strong>oro</strong> è estratto insieme ad altri metalli (rame, zinco …) quindi, più sono alti i prezzi degli altri metalli, meno costa estrarre <strong>oro</strong>. Viceversa, bassi prezzi sui metalli industriali aumentano i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-225" title="0007_Cercatori di oro" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0007_Cercatori-di-oro.jpg" alt="0007_Cercatori di oro" width="624" height="439" /></p>
<p>In seconda battuta, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> sono collegati alla “bolletta energetica”, maggiore è il costo dell’energia, maggiori sono le spese di estrazione. Alcuni osservatori di mercato tendono a osservare il rapporto “<strong>oro</strong> / petrolio” per capire quanto incida il costo dell’energia (in questo caso rappresentata dal petrolio) sul <strong>prezzo dell’oro</strong>. Non è un sistema perfetto in quanto il petrolio non è perfettamente collegato ai costi energetici ma rappresenta una buona approssimazione. Abbastanza frequente è assistere a spread trading tra <strong>oro</strong> e petrolio (ne parleremo in futuro su un post in programmazione)</p>
<p>In terza battuta, ogni paese ha costi diversi per la manodopera. I costi di manodopera (specializzata e non) dipendono quindi dal paese in cui è situata la miniera.</p>
<p>Sulla base dei costi sopra indicati, le compagnie decidono quali miniere scavare considerando il <strong>prezzo dell’oro</strong> e i costi derivanti dai fattori specifici della miniera (la profondità degli scavi, la presenza di acqua e, soprattutto, la concentrazione di <strong>oro</strong> del giacimento: solitamente nelle miniere si trovano pochi grammi di <strong>oro</strong> per tonnellata di roccia estratta).</p>
<p>Per sintetizzare, ad oggi, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> mediamente si collocano sui 400 – 450 $ / oz.</p>
<p>La <strong>domanda di oro</strong> è influenzata dagli utilizzi dell’<strong>oro</strong>, principalmente in 3 settori</p>
<ul>
<li>Industriale (ca 13 % dei consumi mondiali nel      2006): l’<strong>oro</strong> è contenuto in diversi      macchinari per le sue caratteristiche elettroniche ed è utilizzato dai      dentisti per costruire protesi. Negli utilizzi industriali le percentuali      di <strong>oro</strong> utilizzate sono basse      quindi la domanda è relativamente poco sensibile alle variazioni di prezzo      quindi non approfondiamo oltre.</li>
<li>Gioielleria (ca 67 % dei consumi mondiali nel      2006): l’<strong>oro</strong> è utilizzato      principalmente per la produzione di <strong>gioielli</strong>.      Il primo compratore di <strong>gioielli</strong> è storicamente l’India dove si fa un largo impiego di <strong>oro</strong> nei matrimoni per ragioni tradizionali e religiose. Da      quando l’<strong>oro</strong> ha superato gli      800 $ / oncia la gioielleria è entrata in crisi con un calo della <strong>domanda di oro</strong> per <strong>gioielli</strong> del 22 % nel II trimestre      09.</li>
<li>Investimento (ca 20 % dei consumi mondiali nel      2006) la <strong>domanda di oro</strong> per      investimenti è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Da una parte      molti investitori hanno avuto la possibilità di acquistare <strong>ETF</strong>. Dal 2003 al 2009, le      posizioni in <strong>oro</strong> degli <strong>ETF</strong> sono passate da un valore      quasi nullo a 1.800 ton, a fronte di un’estrazione annua di 2.460 ton nel 2006. In seconda      battuta, le banche centrali che negli anni ’90 avevano venduto grandi      quantità di <strong>oro</strong> (soprattutto      per quanto riguarda la       Francia), hanno cambiato politica. Da notare che la Banca Centrale      della Cina ha aumentato le sue riserve nel 2009 da 400 ton a 1.000 ton e      esistono dubbi sulla correttezza dei valori indicati (nel senso che      potrebbero essere anche di più). La <strong>domanda      di oro</strong> per investimento nel II trimestre 09 è aumentata del 44 %.</li>
</ul>
<p>Per concludere la mia opinione è che</p>
<ul>
<li>I <strong>costi di      estrazione</strong> non sono alla base dell’aumento del <strong>prezzo dell’oro</strong></li>
<li>L’aumento del <strong>prezzo dell’oro</strong> ha ridotto fortemente la <strong>domanda di oro</strong> per gioielleria</li>
<li>La <strong>domanda      di oro</strong> è sostenuta dagli acquisti degli investitori</li>
</ul>
<p>è difficile predire l’evoluzione del <strong>prezzo dell’oro</strong>. Da una parte se non si verificherà nulla di nuovo ci sono tutti i presupposti per parlare di una bolla speculativa ma se il dollaro dovesse perdere valore a causa dei timori di <strong>inflazione</strong> potremmo attenderci una forte <strong>domanda di oro</strong> da parte degli investitori in cerca di un investimento di rifugio. Allora sul <strong>prezzo dell’oro</strong> si potrebbero vedere ulteriori aumenti. La variabile chiave per capire il mercato dell’<strong>oro</strong> oggi è l’evoluzione dell’<strong>inflazione</strong> negli USA nei prossimi anni.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Gli utili delle banche torneranno ai livelli pre crisi, dice Babbo Natale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 16:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[leva finaziaria]]></category>

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		<description><![CDATA[È ragionevole attendersi che le banche non riusciranno a mantenere i 2 elementi che hanno consentito gli utili elevati negli anni della finanza selvaggia…. E possiamo pensare che gli utili delle banche non torneranno ai livelli pre crisi per tanto, tanto, tanto tempo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi che la crisi è finita e che gli &#8220;<em>esperti</em>&#8221; (giornali, televisioni, analisti ecc…) che hanno negata per la prima metà del 2008 quando i mercati sono crollati, per poi diventare pessimisti all’inizio del 2009 quando i mercati hanno avviato un portentoso rimbalzo, sembrano vivere in una convinzione che la crisi sia passata.</p>
<p>Una crisi che ha messo in ginocchio l’economia mondiale e che ha rischiato di distruggere le infrastrutture finanziarie, passata come un’influenza per tornare sulla via della crescita come se nulla fosse stato.</p>
<p>L’elemento che più mi colpisce in questa fede, cieca come quella di un bambino sull’arrivo di Babbo Natale con le renne tutti gli anni, è la convinzione che gli <strong>utili delle banche</strong> torneranno ai livelli pre crisi.</p>
<p>Dato che le banche hanno un peso non indifferente all’interno di indici come il DJ <strong>Eurostoxx</strong> 50 o il <strong>FTSE MIB</strong> la questione è importante per i risparmiatori.</p>
<p>Si, perché negli ultimi 15 anni gli <strong>utili delle banche</strong> sono stati impressionanti, sino ad arrivare a sentire qualcuno dire che i servizi finanziari hanno rappresentato il 9 % del PIL inglese, ovviamente prima della crisi.</p>
<p>La finanza non crea ricchezza, fornisce casomai la possibilità di accedere ai capitali alle imprese e di gestire il rischio ai risparmiatori. Gli <strong>utili delle banche</strong> negli anni passati sono stati il frutto della combinazione di 2 fattori:</p>
<p>1)      la crescita della <strong>leva finanziaria</strong></p>
<p>2)      l’aumento delle commissioni</p>
<p>Il lavoro “<em>tradizionale</em>” delle banche è stato quello di raccogliere denaro dagli investitori, prestarlo alle aziende e guadagnare sulla differenza tra gli interessi attivi e quelli passivi al netto delle perdite sui crediti e dei costi operativi.</p>
<p>Negli ultimi 15 anni lo sviluppo del risparmio gestito ha portato le banche a spostarsi sempre più sulla gestione del risparmio e sulle operazioni finanziare. Un processo che avrebbe potuto dare maggiore valore aggiunto al cliente ma che, per una serie di ragioni che vedremo in uno dei prossimi post, si è tradotto in maggiori commissioni e, di conseguenza in maggiori utili per le banche.</p>
<p>La crescita degli utili è stata collegata ad un ulteriore e importante elemento, l’aumento della <strong>leva finanziaria</strong>. Il termine “<strong><em>leva finanziaria</em></strong>” indica il fatto che si investa più di quanto si possiede. Per fare un esempio, una Banca che possiede 1.000 € e che riceve versamenti per 9.000 € dai suoi correntisti avrà 1.000 + 9.000 = 10.000 € da investire a fronte dei 1.000 di proprietà. La <strong>leva finanziaria</strong> è pari agli investimenti rapportati al patrimonio, quindi 10.000 / 1.000 = 10.</p>
<p>Se la banca, con <strong>leva finanziaria</strong> 10, guadagnerà lo 0,75 % sugli investimenti, gli azionisti guadagneranno l’utile sugli investimenti moltiplicato per la <strong>leva finanziaria</strong>, cioè 0,75 % * 10 = 7,50 %. Come si può aumentare l’utile per gli azionisti? Semplice, o si aumentano i guadagni sugli investimenti (cosa difficile) o si aumenta la <strong>leva finanziaria</strong> (cosa facile, però rischiosa).</p>
<p>Con una <strong>leva finanziaria</strong> di 80 la stessa banca che guadagna lo 0,75 % sugli investimenti farebbe guadagnare agli azionisti il 0,75 % * 80 = 60 % !!! Tutto semplice e pulito? No. La <strong>leva finanziaria</strong> amplifica i guadagni ma anche le perdite. Se la banca avesse avuto un risultato sugli investimenti pari a – 0,25 % con la leva di 80 gli azionisti avrebbero ottenuto – 0,25 % * 80 = &#8211; 20 %.</p>
<p>La <strong>leva finanziaria</strong> non crea ricchezza, semplicemente riduce l’impiego di capitale e consente di avere un maggiore rischio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-205" title="0006_Il salto con l'asta" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_Il-salto-con-lasta.jpg" alt="0006_Il salto con l'asta" width="300" height="486" /></p>
<p>Al riguardo vi riporto un grafico trovato all’indirizzo</p>
<p><a href="http://redingtonmedia.files.wordpress.com/2009/07/the-hidden-cost-of-leverage.pdf">http://redingtonmedia.files.wordpress.com/2009/07/the-hidden-cost-of-leverage.pdf</a></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-206" title="0006_La leva finanziaria delle banche" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_La-leva-finanziaria-delle-banche.jpg" alt="0006_La leva finanziaria delle banche" width="406" height="415" /></p>
<p>In cui è misurata la <strong>leva finanziaria</strong> media delle banche dei vari paesi. All’interno dell’UE, nel momento di scoppio della crisi dei mutui subprime dell’agosto 2007, la <strong>leva finanziaria</strong> media superava 30 con picchi molto superiori su alcune banche.</p>
<p>L’importanza della <strong>leva finanziaria</strong> nell’aumento degli utili <strong>delle banche</strong> è notevole, passare da una <strong>leva finanziaria</strong> di 23 volte del 2001 – 2003 a una <strong>leva finanziaria</strong> di 30 volte nel 2007 consente di aumentare gli utili del 30 % …. Ma anche di aumentare del 30 % le eventuali perdite.</p>
<p>Per quanto riguarda il risparmio gestito i numeri sono ancora più eclatanti: leggendomi un libro ho scoperto che, solo in Italia, l’andamento del risparmio gestito negli anni ’90 ha avuto questa dinamica</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-207" title="0006_Il risparmio gestito in Italia" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_Il-risparmio-gestito-in-Italia.JPG" alt="0006_Il risparmio gestito in Italia" width="557" height="437" /></p>
<p align="center">(i dati sono in milioni di €)</p>
<p>Un aumento del 1.600 % in soli 10 anni!</p>
<p>Ora quali sono le prospettive?</p>
<p>Da una parte le banche sono costrette a ridurre la <strong>leva finanziaria</strong> per ridurre il rischio e, probabilmente, nel futuro le normative saranno più stringenti e scoraggeranno l’uso di una <strong>leva finanziaria</strong> elevata (è in preparazione un post sull’evoluzione dei depositi delle banche che mostra in modo molto chiaro come la <strong>leva finanziaria</strong> sia stata ridotta dopo la crisi finanziaria).</p>
<p>Dall’altra parte i risparmiatori abbandoneranno risparmio gestito e obbligazioni strutturate per prodotti a minor rischio, almeno fin quando resteranno nella memoria le perdite del 2008.</p>
<p>In conclusione, è ragionevole attendersi che le banche non riusciranno a mantenere i 2 elementi che hanno consentito gli utili elevati negli anni della finanza selvaggia…. E possiamo pensare che gli <strong>utili delle banche</strong> non torneranno ai livelli pre crisi per tanto, tanto, tanto tempo.</p>
<p><strong><em>Alessandro Rossi</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Inflazione o deflazione</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/08/inflazione-o-deflazione-183/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 15:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>
		<category><![CDATA[tassi BCE]]></category>
		<category><![CDATA[tassi di interesse]]></category>

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		<description><![CDATA[L’aumento della quantità di moneta e della spesa pubblica farà crescere l’inflazione causando riduzioni nel prezzo delle obbligazioni a tasso fisso?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi dei mutui subprime del 2007 – 2008 ha colpito in modo pesante le quotazioni delle azioni (per ulteriori informazioni vedere &#8221;<strong><a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/07/quanto-sono-calate-le-borse-133/" target="_self">Quanto sono calate le borse</a></strong>&#8220; ) ma ha avuto (e continua ad avere) effetti pesanti sul <strong>valore delle obbligazioni</strong>.</p>
<p>Trascuriamo per ora le variazioni derivanti dal rischio emittente (cioè dalla possibilità che l’emittente fallisca non rimborsando le obbligazioni) e focalizziamoci sull’impatto della variazione dei tassi di interesse sul <strong>valore di un’obbligazione</strong> a tasso fisso.</p>
<p>Un’<strong>obbligazione</strong> <strong>a tasso fisso</strong> blocca il <strong>tasso di interesse</strong> riconosciuto nel momento stesso dell’emissione. Poiché il tasso è bloccato e non dipende da future variazioni nei tassi di interesse pagati sul mercato il valore dell’obbligazione</p>
<ul>
<li>sale se i tassi scendono: in questo caso, essendo scesi i tassi, le nuove obbligazioni offrono cedole di ammontare inferiore a causa dei tassi di interesse inferiori. Per avere cedole di maggior ammontare contenute nei titoli già emessi, gli investitori sono disposti a pagare di più per i titoli a tasso fisso che erano stati emessi in precedenza.</li>
<li>scende se i tassi aumentano: in questo caso, essendo aumentati i tassi, le nuove obbligazioni offrono cedole di ammontare superiore a causa dei tassi di interesse superiori. Per avere cedole di minor ammontare contenute nei titoli già emessi, gli investitori sono disposti a pagare di meno per i titoli a tasso fisso che erano stati emessi in precedenza.</li>
</ul>
<p>Per sintetizzare, un calo dei tassi è rialzista per le <strong>obbligazioni</strong> mentre un aumento dei tassi è ribassista per le <strong>obbligazioni</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-184" title="0004_Obbligazione" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/08/0004_Obbligazione.jpg" alt="0004_Obbligazione" width="643" height="634" /></p>
<p>I <strong>tassi di interesse</strong> a breve sono strettamente collegati al <strong>tassi di inflazione</strong> come mostra il grafico sotto. Sono riportati <strong>i tassi di interesse</strong> della BCE in blu e il <strong>tasso di inflazione</strong> in rosso negli ultimi 10 anni</p>
<p>Appare evidente il legame tra i <strong>tassi di interesse</strong> e l’<strong>inflazione</strong>. All’aumentare dell’inflazione, i tassi di interesse tendono a salire e i prezzi delle obbligazioni scendono. Viceversa, al calare dell’<strong>inflazione</strong> i <strong>tassi di interesse</strong> calano e i prezzi delle <strong>obbligazioni</strong> aumentano.</p>
<p>Per uscire dalla crisi finanziaria i principali paesi hanno aumentato in modo significativo l’emissione di moneta e la spesa pubblica. Molti investitori sono preoccupati che questo comportamento possa generare un forte aumento dell’<strong>inflazione</strong> e, di conseguenza, un forte calo di valore delle <strong>obbligazioni</strong>. La domanda che si pone è</p>
<p>L’aumento della quantità di moneta e della spesa pubblica farà crescere l’<strong>inflazione</strong> causando riduzioni nel prezzo delle <strong>obbligazioni a tasso fisso</strong>?</p>
<p>Non è possibile dare una risposta a questa domanda perché dipende da troppe variabili non conoscibili ad oggi. È possibile fare una serie di considerazioni:</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-185" title="0004_tasso di inflazione e di interesse" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/08/0004_tasso-di-inflazione-e-di-interesse.gif" alt="0004_tasso di inflazione e di interesse" width="604" height="458" /></p>
<ul>
<li>Per un periodo di 1 – 2 anni è ragionevole aspettarsi <strong>tassi di interesse</strong> bassi / piatti con un <strong>tasso di inflazione</strong> prossimo allo zero. Su queste <strong>scadenze</strong> sembra improbabile che si possa assistere a forti variazioni nel valore delle <strong>obbligazioni</strong>.</li>
<li>In un periodo di 3 -5 anni lo scenario risulta più incerto. Il mercato oggi sconta un aumento dell’<strong>inflazione</strong> anche se a ritmi abbastanza moderati. La variabile chiave per comprendere l’evoluzione dei tassi sarà la rapidità di uscita dalla recessione; prima l’economia uscirà dalla recessione, prima salirà l’<strong>inflazione</strong>.</li>
<li>In un periodo di 6 – 10 anni le prospettive sono difficilmente prevedibili. Il mercato oggi è estremamente incerto e i tassi di interesse sono relativamente elevati dato che la maggioranza degli investitori preferisce non rischiare. Su questo orizzonte temporale, i fattori chiave per l’evoluzione dell’<strong>inflazione</strong> saranno la velocità della ripresa economica (è da capire se la crescita economica tornerà ai livelli pre crisi o assisteremo ad una stagnazione) e la tempistica con cui le <strong>banche centrali</strong> riassorbiranno la liquidità immessa. Più lento sarà il comportamento delle <strong>banche centrali</strong> e maggiore sarà la crescita, maggiore sarà l’<strong>inflazione</strong>.</li>
</ul>
<p>È impossibile ad oggi fare previsioni sensate sull’<strong>inflazione</strong> o sulla <strong>deflazione</strong>, soprattutto per il lungo periodo. L’andamento dei tassi di interesse è una delle variabili di più difficile previsione e su cui occorre prestare più attenzione.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Il rendimento dello FTSE MIB</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/07/il-rendimento-del-ftse-mib-157/</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 15:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[analisi fondamentale]]></category>
		<category><![CDATA[FTSE MIB]]></category>
		<category><![CDATA[multipli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economy-press.it/blog/?p=157</guid>
		<description><![CDATA[Spesso si osservano dati sul rendimento di una singola azione, ma chi ha dati sul rendimento di un intero mercato?
A questo proposito abbiamo raccolto dei dati e creato una simile elaborazione sul principale indice del mercato italiano: lo FTSE MIB.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://matematica.unibocconi.it/guerraggio/derivati.htm"><br />
</a></p>
<p>L’indice più utilizzato è il r<strong>endimento dell’azione</strong> (o <strong>earning yield</strong>) o, che è la stessa cosa, il <strong>rapporto p</strong><strong>rezzo<span style="font-weight: normal;"><strong>/utili</strong>. L’idea è che un’azione con un rendimento basso (e di conseguenza un <strong>P/<span style="font-weight: normal;"><strong>U</strong> alto) ha un prezzo elevato rispetto agli utili attuali: o gli utili cresceranno in futuro o il prezzo dell’azione ne risentirà.</span></strong></span></strong></p>
<p>Spesso si osservano dati sul rendimento di una singola azione, ma chi ha dati sul rendimento di un intero mercato?</p>
<p>Ad un investitore che destina una quota del suo portafoglio poco importa dei dati di una singola azienda, più interessante è avere dati simili per l’intero mercato. A questo proposito abbiamo raccolto dei dati e creato una simile elaborazione sul principale indice del mercato italiano: lo <strong>FTSE MIB</strong>.</p>
<p>Lo <strong>FTSE MIB</strong> è l’indice che comprende le 40 maggiori società italiane quotate sulla borse di Milano (il peso delle società è differente a seconda della dimensione) e rappresenta circa l’80 % del valore delle società quotate su Borsa Italiana.</p>
<p><a href="http://matematica.unibocconi.it/guerraggio/derivati.htm"><img class="aligncenter size-full wp-image-160" title="clip_image002" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/07/clip_image0022.jpg" alt="clip_image002" width="465" height="311" /></a></p>
<p>Al 23/03/09 la composizione dell’<strong>indice FTSE MIB</strong> era la seguente</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-163" title="Immagine" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/07/Immagine.JPG" alt="Immagine" width="595" height="842" />Gli <strong>utili</strong> del 4° trimestre 2008 di un investitore che avesse posseduto le azioni che compongono un indice sarebbero stati pari a 335,49 € (considerando anche le perdite). Se moltiplichiamo il dato per 4 (il numero dei trimestri) possiamo annualizzare il dato e otteniamo 1.342,00 € di utili</p>
<p align="center"><strong>UTILE</strong><strong> ANNUALIZZATO 4° TRIMESTRE 08</strong></p>
<p align="center">1.342 € / INDICE</p>
<p>Nello stesso periodo l’<strong>indice FTSE MIB</strong> (che si chiamava ancora <strong>S&amp;P MIB</strong>) valeva 19.460 €</p>
<p align="center">FTSE MIB 30/12/08</p>
<p align="center">19.460 €</p>
<p align="center">
<p>Facendo i soliti calcoli,</p>
<p>il rendimento dell’investimento da utile è stato pari al (1.342 / 19.640) = 8,10 % annualizzato</p>
<p>il r<strong>apporto prezzo/utile</strong> è stato pari a (19.640 / 1.342) = 14,63 volte</p>
<p align="center"><strong>FTSE MIB</strong>: UTILE ANNUALIZZATO 6,83 %</p>
<p align="center"><strong>FTSE MIB</strong>: PREZZO / UTILE 14,63 volte</p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p>Con questo, non possiamo dire che si tratti di un valore buono o meno, dipenderà molto dall’evoluzione futura degli utili che è legata allo sviluppo della crisi economica eppure il dato è molto indicativo per capire quanto si sta comprando sul mercato italiano.</p>
]]></content:encoded>
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	</channel>
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