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	<title>EconomyPress Blog</title>
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	<description>EconomyPress International, L&#039;ECONOMIA A PORTATA DI CLICK!</description>
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		<title>Battere l’inflazione</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/11/battere-l%e2%80%99inflazione-283/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 09:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[La bussola del navigante]]></category>
		<category><![CDATA[asset allocation]]></category>
		<category><![CDATA[azionario]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazionario]]></category>
		<category><![CDATA[portafoglio]]></category>
		<category><![CDATA[rischio]]></category>

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		<description><![CDATA[L’obbiettivo del portafoglio è quello di ottenere un rendimento medio – basso (Inflazione + 1,50 % lordo all’anno) con un livello di rischio basso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina al bar ho avuto l’illuminazione. Detto così sembra un po’ esagerato però mi sono sentito come Newton quando ha visto cadere la mela.</p>
<p>Due uomini discutevano tra di loro</p>
<p>- “mi hanno detto che i BOT a un anno oggi rendono lo 0,70 % lordo mentre un anno fa prendevo oltre il 4,00 % !”</p>
<p>- “si, è indecente, sono andato in banca e mi hanno proposto XXXXXXX che rende il 2,00 %”</p>
<p>- “Devo trovare una soluzione, oggi non guadagno nulla”</p>
<p>A quel punto ho capito che dovevo tornare in ufficio e scrivere subito questo post.</p>
<p>Una premessa, in ogni impegno occorre darsi un obbiettivo per poter indirizzare gli sforzi verso un risultato chiaro.</p>
<p>Personalmente credo che l’unico obbiettivo che si deve dare un investitore sia quello di <strong>difendersi dall’inflazione</strong>. I motivi per cui occorre <strong>battere l’inflazione</strong> sono 2:</p>
<ul>
<li>Salvaguardia      del patrimonio: chi ottiene un rendimento superiore all’inflazione (o      almeno un rendimento pari all’inflazione) difende il potere d’acquisto del      proprio patrimonio. In altri termini, chi supera l’inflazione ha la      possibilità di acquistare col proprio patrimonio più di quanto potesse      acquistare prima.</li>
<li>Condizioni      di mercato: è impensabile ottenere gli stessi rendimenti sul proprio      capitale quando l’inflazione è alta e quando l’inflazione è nulla o      negativa. A metà 2008, il tasso di inflazione nella UE ha toccato il 4 %      ed i tassi sui BOT sono arrivati al 4,50 %, A fine 2009 l’inflazione è      arrivata a – 0,30 ed i tassi sui BOT sono crollati allo 0,70 %. Più alta è      l’inflazione, maggiori sono i rendimenti ma maggiore è la perdita di      valore del patrimonio legata all’inflazione.</li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-285" title="0015_Caro Vita" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0015_Caro-Vita1.jpg" alt="0015_Caro Vita" width="280" height="359" /></p>
<p>Di sotto il grafico mostra l’evoluzione dell’inflazione negli ultimi 10 anni nell’UE</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-286" title="0015_Inflazione" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0015_Inflazione.gif" alt="0015_Inflazione" width="624" height="507" /></p>
<p>Ed il grafico sotto mostra l’evoluzione del valore di un <strong>portafoglio</strong> che sia riuscito a <strong>difendersi dall’inflazione</strong> negli ultimi 10 anni (per semplicità in questo caso ho preso l’inflazione italiana anziché quella UE, so che non è corretto ma la differenza è minima).</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-287" title="0015_Battere l'inflazione" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0015_Battere-linflazione.gif" alt="0015_Battere l'inflazione" width="611" height="498" /></p>
<p>Ho letto qualche tempo fa una statistica e ho scoperto che</p>
<ul>
<li>Negli      ultimi 10 anni l’80 % degli investitori italiani ha ottenuto rendimenti      inferiore all’inflazione sui propri investimenti e sono riusciti a <strong>difendersi dall’inflazione</strong>.</li>
<li>Negli      ultimi 10 anni il 16 % degli investitori italiani ha ottenuto rendimenti      in linea con l’inflazione e è riuscito a <strong>difendersi dall’inflazione</strong></li>
<li>Negli      ultimi 10 anni il 4 % degli investitori italiani ha ottenuto rendimenti      superiori all’inflazione ed è riuscito a più che <strong>difendersi dall’inflazione</strong>.</li>
</ul>
<p>Ecco perché il discorso dei due uomini del bar mi sembra sbagliato. Il 4,50 % con l’inflazione al 4,00 % nel 2008 significa ottenere un rendimento di (4,50 % &#8211; 4,00 %) = inflazione + 0,50 %; ottenere un rendimento dello 0,70 % nel 2009 con l’inflazione a – 0,30 % significa un rendimento di (0,70 % &#8211; (- 0,30 %)) = inflazione + 1,00 %.</p>
<p>Paradossalmente è meglio avere un rendimento dello 0,70 % nel 2009 (pari a inflazione + 1,00 %) che un rendimento del 4,50 % nel 2008 (pari a inflazione + 0,50 %). A meno che un investitore non si diverta a collezionare banconote svalutate dall’inflazione per hobby.</p>
<p>La mia impressione è che la maggioranza degli investitori non desideri fare il “superman” della finanza ma abbia come obbiettivo la difesa e la crescita del proprio patrimonio.</p>
<p>A questo punto la conclusione è che un investitore ragionevole deve porsi come obbiettivo per i propri investimenti</p>
<p align="center">INFLAZIONE + PREMIO DI RENDIMENTO</p>
<p align="center">
<p>A questo punto sorgono 2 domande:</p>
<p>1)      Quanto è il premio che si può ottenere sull’inflazione? Questo tema sarà l’argomento di alcuni dei prossimi post. Considerando le spese (commissioni) e il livello di rischio che l’investitore è disposto a sopportare, direi che si può pensare di ottenere un rendimento annuo superiore dello 0,50 % &#8211; 2,50 % all’inflazione in un periodo di 10 anni.</p>
<p>2)      A quanto ammonta l’inflazione? I dati sull’evoluzione dell’inflazione si possono trovare sul sito della BCE</p>
<p>Infine, sto ultimando l’elaborazione dei dati per costruire un esempio di <strong>portafoglio</strong> (ottenuti tramite delle semplici <strong>asset allocation</strong>) per confrontarne i rendimenti con l’inflazione. L’obbiettivo del <strong>portafoglio</strong> è quello di ottenere un rendimento medio – basso (Inflazione + 1,50 % lordo all’anno) con un livello di rischio basso.</p>
<p>Per ragioni legali e per l’impossibilità di dare una risposta personalizzata sul blog, sono costretto ad indicare dei <strong>benchmark</strong>.</p>
<p>L’utilità del <strong>portafoglio</strong> è comunque non di poco conto se si considera che, sulla rete, non mi è ancora capitato di trovare un <strong>portafoglio</strong> modello per difendere un patrimonio dall’inflazione nel medio termine.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le banche centrali e l’oro… una nuova bolla II ?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/11/le-banche-centrali-e-l%e2%80%99oro%e2%80%a6-una-nuova-bolla-ii-276/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 10:28:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[commodity]]></category>
		<category><![CDATA[dollaro]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>
		<category><![CDATA[valute]]></category>

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		<description><![CDATA[Se gli USA avranno inflazione moderata e non si verificheranno timori sulla stabilità del dollaro, mi aspetto che le Banche Centrali dei paesi emergenti resteranno “tranquille” e rallenteranno il ritmo di acquisti di oro degli ultimi mesi. In questo scenario la bolla dell’oro scoppierebbe e potrebbero esserci spazi per un brusco ribasso del prezzo dell’oro, come successo negli anni ’80.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno a tutti, dopo un periodo un po’ intenso sul fronte lavorativo torno (finalmente) a scrivere sul  blog.</p>
<p>Visto l’interesse e l’attualità dell’oro ho pensato di aggiornare il post già scritto il 09/09/09 (per chi fosse interessato <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/09/la-corsa-dell%E2%80%99oro-una-nuova-bolla-223/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">La corsa all’oro: una nuova bolla?</span></a>).</p>
<p>In questo post pensavo di focalizzarmi su un attore di mercato che opera sull’oro ma non sulle altre commodity: le <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
<p>A differenza delle altre commodity, l’oro è stato utilizzato come moneta e le <strong>banche centrali</strong> detengono forti <strong>riserve di oro</strong>. Tra il 1944 e il 1972 addirittura l’oro non aveva mercato dato che era convertibile ad un tasso fisso in dollari e che tutte le altre valute erano agganciate al <strong>dollaro</strong>… in pratica l’oro era la base del sistema monetario.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-280" title="0014_Deposito" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Deposito.jpg" alt="0014_Deposito" width="304" height="288" /></p>
<p>Di sotto vi riporto due tabelle costruita sui dati presi da Wikipedia:</p>
<ul>
<li>La prima tabella mostra l’ammontare delle <strong>riserve di oro</strong> detenute dalle <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi      sviluppati (tranne il Giappone) e la percentuale dell’oro sulle riserve      totali delle <strong>Banche Centrali</strong> (compreso anche le valute)</li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-277" title="0014_Riserve di oro I" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Riserve-di-oro-I.bmp" alt="0014_Riserve di oro I" /></p>
<ul>
<li>La seconda tabella mostra l’ammontare delle <strong>riserve di oro</strong> detenute dalle <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi      emergenti e del Giappone e la percentuale dell’oro sulle riserve totali      delle <strong>Banche Centrali</strong> (compreso      anche le valute estere)</li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-278" title="0014_Riserve di oro II" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/11/0014_Riserve-di-oro-II.bmp" alt="0014_Riserve di oro II" /></p>
<p>I dati sono lampanti:</p>
<ul>
<li>I paesi sviluppati hanno alte percentuali      (solitamente tra il 60 e l’80 %) delle <strong>riserve di oro</strong> sul totale delle riserve delle <strong>Banche Centrali</strong>.</li>
<li>I paesi emergenti e il Giappone, che negli ultimi      anni hanno accumulato forti riserve valutarie esportando nei paesi      sviluppati manufatti, hanno basse percentuali (sotto il 5 %) delle <strong>riserve di oro</strong> sul totale delle      riserve delle <strong>Banche Centrali</strong></li>
</ul>
<p>Cina e Giappone, i primi 2 paesi mondiali per ammontare di riserve, hanno delle <strong>riserve di oro</strong> relativamente basse sul totale.</p>
<p>Se il <strong>dollaro</strong> si dovesse svalutare, i paesi come la Cina e il Giappone si troverebbero a subire forti svalutazioni sulle proprie riserve… ecco perché vediamo una forte domanda di oro da parte delle <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
<p>Non più di 2 giorni fa (il 02/11/09) la Banca Centrale dell’India ha acquistato 200 ton di oro dal FMI. Non si tratta di speculazione ma di un ribilanciamento delle riserve aumentando la quota di oro rispetto alle valute estere.</p>
<p>Qualche mese fa la Banca Centrale della Cina ha dichiarato di aver acquistato 400 ton di oro mentre molte altre <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi sviluppati hanno deciso di sospendere o rallentare le vendite di oro.</p>
<p>Come si comporteranno in futuro le <strong>Banche Centrali</strong>? La risposta è (come sempre) dipende.</p>
<p>Se gli USA avranno inflazione moderata e non si verificheranno timori sulla stabilità del <strong>dollaro</strong>, mi aspetto che le <strong>Banche Centrali</strong> dei paesi emergenti resteranno “tranquille” e rallenteranno il ritmo di acquisti di oro degli ultimi mesi. In questo scenario la bolla dell’oro scoppierebbe e potrebbero esserci spazi per un brusco <strong>ribasso del prezzo dell’oro</strong>, come successo negli anni ’80.</p>
<p>Se il <strong>dollaro</strong> perderà il suo ruolo di valuta di riserva potremmo assistere ad ulteriori acquisti di oro da parte delle <strong>Banche Centrali</strong> per aumentare le proprie <strong>riserve di oro</strong>. In questo potrebbero esserci ulteriori spazi per un <strong>rialzo del prezzo dell’oro</strong>.</p>
<p>Come sempre attenzione, a maggior ragione quando il mercato è influenzato dalle decisioni di politica monetaria delle <strong>Banche Centrali</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Petrolio: il picco dei consumi?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/petrolio-il-picco-dei-consumi-268/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/petrolio-il-picco-dei-consumi-268/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 09:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il grillo parlante]]></category>
		<category><![CDATA[bric]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>

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		<description><![CDATA[Un fenomeno che non è stato messo in evidenza è che, ben prima della crisi del 2008, i consumi di petrolio negli USA sono iniziati a calare dopo il massimo toccato nel 2004 – 2005.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da decenni si parla del <strong>picco della produzione di petrolio</strong>, il momento in cui <strong>l’estrazione di petrolio</strong> inizierà a calare a causa del graduale esaurimento delle riserve.</p>
<p>Come tutti i miti, da un’idea corretta si sono tratte conclusioni apocalittiche e molti investitori puntano sul petrolio proprio perché lo ritengono una <strong>risorsa esauribile</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-269" title="0013_Picco della produzione di petrolio" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0013_Picco-della-produzione-di-petrolio.jpg" alt="0013_Picco della produzione di petrolio" width="390" height="309" /></p>
<p>Per oggi esco un attimo dalla polemica sull’<strong>estrazione di petrolio</strong> nel futuro per parlare del <strong>consumo di petrolio</strong> nel futuro.</p>
<p>I maggiori analisti stimano, per i prossimi anni, un forte incremento nei <strong>consumi di petrolio</strong> dovuto soprattutto alla crescita economica dei paesi emergenti, il cosiddetto <strong>BRIC</strong> (per uno sguardo sui paesi <strong>BRIC</strong>, vi ricordo il post <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/10/il-bric-non-salvera-il-mondo-249/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Il BRIC non salverà il mondo</span></a>). I paesi <strong>BRIC</strong> sono a livelli di sviluppo (e di <strong>consumi di petrolio</strong>) molto bassi quindi hanno ancora molto spazio per la crescita.</p>
<p>Un fenomeno che non è stato messo in evidenza è che, ben prima della crisi del 2008, i <strong>consumi di petrolio</strong> negli <strong>USA</strong> sono iniziati a calare dopo il massimo toccato nel 2004 – 2005.</p>
<p>Di sotto il grafico mostra i <strong>consumi di petrolio</strong> negli <strong>USA</strong> dal 1965 al 2008 ( fonte BP)</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-270" title="0013_Consumi di petrolio USA" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0013_Consumi-di-petrolio-USA.gif" alt="0013_Consumi di petrolio USA" width="584" height="467" /></p>
<p>La ragione del calo del consumo di petrolio negli <strong>USA</strong>: non certo la riduzione dell’attività economica (il 2005 e il 2006 sono stati anni di crescita dell’attività economica) ma l’aumento dell’efficienza produttiva.</p>
<p>Da una parte gli <strong>USA</strong> hanno spostato attività ad alto consumo di energia e basso valore aggiunto all’estero (pensiamo all’enorme aumento dell’interscambio coi paesi <strong>BRIC</strong> dove molte industrie hanno delocalizzato la produzione) e questo ha semplicemente spostato il consumo in altri paesi del mondo.</p>
<p>Dall’altra parte gli <strong>USA</strong> hanno messo in campo tecnologie più efficienti che hanno ridotto i <strong>consumi di petrolio</strong>.</p>
<p>Se dividiamo il PIL <strong>USA</strong> per il numero di barili di petrolio consumati, vediamo che il risultato è crescente e in forte accelerazione negli ultimi anni: gli <strong>USA</strong> hanno aumento in modo notevole l’efficienza nel consumo di petrolio.</p>
<p>Di sotto il grafico del PIL / barile di petrolio dal 1980 al 2008</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-271" title="0013_USA, PIL - barili di petrolio consumati" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0013_USA-PIL-barili-di-petrolio-consumati.gif" alt="0013_USA, PIL - barili di petrolio consumati" width="585" height="468" /></p>
<p>Per i prossimi anni l’aumento dei consumi nei paesi <strong>BRIC</strong> farà aumentare il consumo di petrolio mondiale ma dobbiamo stare attenti al, per ora iniziale, calo dei <strong>consumi di petrolio</strong> nei paesi OCSE (è vero che il calo dei <strong>consumi di petrolio</strong> negli <strong>USA</strong> è stato modesto ma è anche vero che gli <strong>USA</strong> consumano il 22,50 % del petrolio mondiale nel 2008  a fronte di un 2,70 % del Brasile, di un 3,30 % della Russia, di un 3,40 % dell’India e di un 9,60 % della Cina).</p>
<p>Per concludere, attenzione al <strong>picco della produzione di petrolio</strong> e attenzione al picco dei<strong> consumi di petrolio</strong> di cui ancora non si parla!</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il fantasma dell&#8217;inflazione futura</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/il-fantasma-dell%e2%80%99inflazione-futura-257/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 10:22:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[grafici]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Per ora, non si vede inflazione nei prossimi anni anche se occorre restare molto molto attenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>Guardando i principali notiziari di economia sento ormai parlare per la maggiore di <strong>inflazione nei prossimi anni</strong> (vedere il post <a href="../2009/08/inflazione-o-deflazione-183/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Inflazione o deflazione</span></a>). Ogni giornalista e ogni analista continua a ripetere che si sta stampando talmente tanto denaro da riempire il deposito di zio Paperone e che questo porterà ad una fiammata inflazionistica nei prossimi anni.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-258" title="0011_Zio paperone" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Zio-paperone.jpg" alt="0011_Zio paperone" width="373" height="280" /></p>
<p>Come ormai avrete visto diffido della maggior parte degli analisti e seguo i loro suggerimenti… facendo esattamente l’opposto di quanto dicono.</p>
<p>Guardiamo quindi alcuni numeri.</p>
<p>L’inflazione dipende da un aumento della <strong>quantità di moneta in circolazione</strong> superiore rispetto all’aumento del PIL.</p>
<p>Attenzione: aumento della moneta in circolazione (<strong>M3</strong>) non aumento della <strong>quantità di moneta stampata</strong> (<strong>M1</strong>).</p>
<p>Questo significa che se le banche centrali emettono moneta (<strong>M1</strong>) ma il sistema finanziario è paralizzato e non la utilizza (<strong>M3</strong>) non si genera inflazione. È quello che è successo durante la crisi del  Giappone degli anni ’90.</p>
<p>Prendiamo quindi il grafico, per l’area UE, della <strong>quantità di moneta stampata</strong> e della <strong>quantità di moneta in circolazione</strong>.</p>
<p>Di sotto il grafico della <strong>quantità di moneta stampata</strong> totale nella zona euro (i dati sono in mln € l’ammontare totale era quindi di 4.134.918.000.000 € a marzo 2009) da gennaio 2003 a marzo 2009.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-259" title="0011_Moneta stampata" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Moneta-stampata.gif" alt="0011_Moneta stampata" width="572" height="346" /></p>
<p>E la <strong>quantità di moneta in circolazione</strong> totale nella zona euro (i dati sono in mln € l’ammontare totale era quindi di 8.995.486.000.000 € a marzo 2009) da gennaio 2003 a marzo 2009</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-260" title="0011_Moneta in circolazione" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_Moneta-in-circolazione.gif" alt="0011_Moneta in circolazione" width="576" height="348" /></p>
<p>Come si vede, l’aumento della <strong>quantità di moneta stampata</strong> c’è stato ma si è rivelato tutto sommato nella norma.</p>
<p>Per quanto riguarda la <strong>quantità di moneta in circolazione</strong>, durante la crisi abbiamo assistito ad una brusca riduzione dell’aumento, soprattutto a causa della riduzione della leva finanziaria delle banche (vedere il post <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/09/gli-utili-delle-banche-torneranno-ai-livelli-pre-crisi-dice-babbo-natale-203/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Gli utili delle banche torneranno ai livelli pre crisi, dice Babbo Natale</span></a>) che le ha portate a ridurre i prestiti creando il cosiddetto “credit crunch” nonostante tutte le smentite del caso.</p>
<p>Negli USA la situazione è diversa, la <strong>quantità di moneta stampata</strong> è stata molto più alta ma l’euro e il dollaro hanno tassi di cambio variabili quindi, se ci sarà inflazione negli USA, vedremo il dollaro deprezzarsi rispetto all’euro.</p>
<p>Ci sono parecchie variabili monetarie (i tassi di interesse delle banche centrali), fiscali (la spesa dei governi) ed economiche (la velocità e la forza della ripresa) che influiranno sull’inflazione e che rendono difficile prevedere come evolverà l’inflazione futura.</p>
<p>Per ora, non si vede <strong>inflazione nei prossimi anni</strong> anche se occorre restare molto molto attenti.</p>
<p>Alessandro Rossi</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Il BRIC non salverà il mondo</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/il-bric-non-salvera-il-mondo-249/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/10/il-bric-non-salvera-il-mondo-249/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 14:44:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il grillo parlante]]></category>
		<category><![CDATA[bric]]></category>
		<category><![CDATA[paesi emergenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ora si pone un interrogativo: saranno i paesi emergenti a guidare la ripresa?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Orami si “festeggia” il primo anniversario dal fallimento di Lehman Brothers, uno degli eventi più significativi della crisi finanziaria del 2008.</p>
<p>Dopo un anno la finanza mondiale sembra aver scampato il rischio di un collasso sistemico ma le aspettative sulla ripresa non sono rosee, né per quanto riguarda la velocità della ripresa né per quanto riguarda i rischi di un ritorno della recessione (ne ho parlato in un post da poco pubblicato <a href="http://www.economy-press.it/blog/2009/08/francia-e-germania-escono-dalla-recessione-nel-ii-trimestre-2009-172/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">Francia e Germania escono dalla recessione nel II trimestre 09</span></a>)</p>
<p>Di fronte ad un mondo in crisi restano 4 paesi che ancora hanno tassi di sviluppo positivi e relativamente elevati: il <strong>BRIC</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-250" title="0011_BRIC, bandiere" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_BRIC-bandiere.jpg" alt="0011_BRIC, bandiere" width="172" height="134" /></p>
<p>Dopo una breve ricerca ho visto che il termine <strong>BRIC</strong> è nato nel 2001 quando in un rapporto della banca di affari Goldman Sachs sono stati accomunati 4 paesi (<strong>Brasile</strong>, <strong>Russia</strong>, <strong>India</strong> e <strong>Cina</strong>) caratterizzati da popolazione elevata, abbondanti risorse naturali e forti tassi di <strong>crescita</strong>. Lo stesso rapporto prevedeva che nel 2050 queste 4 economie avrebbero raggiunto, grazie alla forte <strong>crescita</strong>, dimensioni comparabili alle economie occidentali.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-251" title="0011_BRIC, mappa" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_BRIC-mappa.jpg" alt="0011_BRIC, mappa" width="390" height="279" /></p>
<p>Alla base delle aspettative sui <strong>BRIC</strong> è situata la “<strong>teoria della convergenza</strong>”. Secondo la <strong>teoria della convergenza</strong>, un paese sottosviluppato che si dota di tecnologie e istituzioni di un paese avanzato tende ad avere una <strong>crescita</strong> maggiore del paese sviluppato fino a raggiungere lo stesso livello di ricchezza. È quello che è successo tra il 1870 e il 1980 in Giappone, un paese povero che ha avuto una <strong>crescita</strong> spettacolare sino a portarlo tra i paesi maggiormente sviluppati del mondo.</p>
<p>Ora si pone un interrogativo: saranno i <strong>paesi emergenti</strong> a guidare la ripresa?</p>
<p>Sono scettico su un possibile ruolo di “locomotiva” dell’economia mondiale da parte dei paesi emergenti e questo per una serie di ragioni:</p>
<ul>
<li>Dimensioni: le economie dei paesi <strong>BRIC</strong> hanno sperimentato una forte <strong>crescita</strong> ma sono ancora di      dimensioni ridotte se paragonate con i paesi occidentali. Il grafico sotto paragona il PIL 2007 dei principali paesi sviluppati con quello di <strong>Cina</strong>, <strong>Russia</strong>, <strong>Brasile</strong> e <strong>India<img class="aligncenter size-full wp-image-252" title="0011_BRIC, redditi" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/10/0011_BRIC-redditi.gif" alt="0011_BRIC, redditi" width="487" height="424" /></strong></li>
</ul>
<p>E’ lampante la differenza che ancora separa le economie <strong>BRIC</strong> (<strong>Cina</strong>, <strong>Brasile</strong>, <strong>Russia</strong> e <strong>India</strong>) dalle economie sviluppate (USA, UE, Giappone, UK e      Canada).</p>
<ul>
<li>Omogeneità: il <strong>BRIC</strong> è un concetto giornalistico ma nella realtà comprende paesi molto diversi      tra di loro.</li>
</ul>
<p>Il <strong>Brasile</strong> è un paese ricco di materie prime agricole che sta assistendo ad uno sviluppo interno basato sul settore manifatturiero e sul proprio mercato interno.</p>
<p>La <strong>Russia</strong> è un paese ricco di materie prime (petrolio e metalli) con gravi problemi di corruzione nella pubblica amministrazione che trae la propria ricchezza principalmente dalla massiccia esportazione di greggio.</p>
<p>L’<strong>India</strong> è un paese con un basso reddito pro – capite che sta crescendo a ritmi medio – alti grazie al mercato interno, alla delocalizzazione di servizi e all’elevato numero di laureati in materie tecnico scientifiche.</p>
<p>La <strong>Cina</strong> è un paese a medio – basso reddito pro – capite che ha conosciuto uno spettacolare sviluppo trainato dall’export di prodotti manifatturieri ad alto contenuto di manodopera e dai forti investimenti (il tasso di risparmio della Cina è tra i più alti al mondo)</p>
<ul>
<li>Commercio internazionale: gli USA negli anni ’90      hanno avuto forti deficit commerciali consentendo al resto del mondo      (soprattutto ai <strong>paesi emergenti</strong>)      un enorme mercato su cui esportare prodotti. La crisi del 2008 ridurrà il      deficit commerciale USA dato l’aumento del risparmio a scapito dei      consumi</li>
</ul>
<p>Per quanto riguarda gli investimenti azionari nei paesi <strong>BRIC</strong> scriverò un post prossimamente visto che ci sono diversi elementi poco conosciuti. Per quanto riguarda l’aspetto economico, penso molto difficile vedere uno scenario “scollegato” in cui si assista ad una crisi economica nei paesi sviluppati ed un elevato livello di <strong>crescita</strong> nei paesi emergenti.</p>
<p>La <strong>crescita</strong> dei paesi emergenti sarà probabilmente superiore per molto tempo a quella dei paesi sviluppati (anche se i ritmi potrebbero rallentare per quanto riguarda la Cina) ma l’andamento economico sarà collegato: <strong>crescita</strong> per i paesi sviluppati e per i paesi <strong>BRIC</strong> o crisi per i paesi sviluppati e <strong>crescita</strong> rallentata per i paesi <strong>BRIC</strong>.</p>
<p>Alessandro Rossi</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Spread BTP – BUND: l’Italia recupera</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/spread-btp-%e2%80%93-bund-l%e2%80%99italia-recupera-244/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/spread-btp-%e2%80%93-bund-l%e2%80%99italia-recupera-244/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 15:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
		<category><![CDATA[titoli di stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sia Italia che Germania hanno due debiti pubblici di grande dimensione denominati nella stessa valuta (l’euro). Non esistono differenze di liquidità o di valuta, l’unica differenza nei tassi di interesse pagati deve riflettere una differenza nel rischio di credito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di finanza al 90 % sento considerazioni sulla borsa. Già questo sarebbe sufficiente a dire che sono annoiato nel parlare continuamente di azioni.</p>
<p>Poi guardo i portafogli normali e mi accorgo che la componente maggiore non sono le azioni ma le <strong>obbligazioni</strong>. Anche se le azioni hanno le variazioni più volatili e comportano la maggioranza delle perdite e dei guadagni, sono le <strong>obbligazioni</strong> a far la parte del leone.</p>
<p>D’altra parte, parlando di <strong>obbligazioni</strong> è difficile trovare i punti di riferimento che si hanno per le azioni: misurare il rischio e il rendimento del mercato obbligazionario non è così semplice come sul mercato azionario dove esistono indici sintetici (come il FTSE MIB o l’EUROSTOXX)</p>
<p>Un metodo semplice per misurare il <strong>rischio di credito</strong> su emittenti pubblici all’interno dell’UE è misurare la differenza sui tassi di interesse pagati sui <strong>titoli di stato</strong>: più un paese è rischioso più interessi pagherà e viceversa.</p>
<p>La differenza di tassi di interesse tra <strong>Italia</strong> e <strong>Germania</strong>, lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong>, è la principale misura utilizzata per valutare la differenza di rischio che gli investitori attribuiscono ai due paesi.</p>
<p>Sia <strong>Italia</strong> che <strong>Germania</strong> hanno due debiti pubblici di grande dimensione denominati nella stessa valuta (l’euro). Non esistono differenze di liquidità o di valuta, l’unica differenza nei tassi di interesse pagati deve riflettere una differenza nel <strong>rischio di credito</strong>.</p>
<p>Lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> si calcola prendendo la differenza nei rendimenti tra un titolo di stato dell’<strong>Italia</strong> a 10 anni (il <strong>BTP</strong>) e un titolo di stato a 10 anni della <strong>Germania</strong> (il <strong>BUND</strong>)</p>
<p>Negli anni ’90 le differenze tra i tassi pagati dall’<strong>Italia</strong> e dalla <strong>Germania</strong> erano enormi: l’<strong>Italia</strong> aveva un forte deficit pubblico e un elevato disavanzo commerciale mentre i conti tedeschi erano più solidi e il paese aveva un forte export quindi pagava interessi nettamente superiori alla <strong>Germania</strong>.</p>
<p>Con la nascita dell’euro le differenze si sono ridotte finché l’<strong>Italia</strong> è arrivata a pagare “solo” uno 0,20 % &#8211; 0,50 % in più della <strong>Germania</strong>.</p>
<p>Di sotto si può vedere il grafico con l’evoluzione dello <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> a partire dal 2001.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-246" title="0010_BTP - BUND" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0010_BTP-BUND.gif" alt="0010_BTP - BUND" width="588" height="477" /></p>
<p>Con la crisi finanziaria del 2008 gli investitori hanno cercato di abbandonare gli strumenti finanziari rischiosi e, in questo frangente, si è assistito ad una generale preferenza per la <strong>Germania</strong>, considerata meno rischiosa dell’<strong>Italia</strong>.</p>
<p>In aggiunta, nel 2008 molti hedge fund (argomento su cui scriveremo diversi post) avevano in essere pesanti posizioni in <strong>spread</strong> trading: compravano <strong>titoli di stato</strong> italiani a lunga scadenza e vendevano gli omologhi tedeschi per speculare sulla differenza. La chiusura delle posizioni ha imposto la vendita di <strong>titoli di stato</strong> italiani e l’acquisto di <strong>titoli di stato</strong> tedeschi ampliando ulteriormente la differenza.</p>
<p>Lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> è salito rapidamente arrivando a gennaio 09 a superare 1,50 %. Detto in altri termini,</p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">a gennaio 09 il mercato, per comprare un titolo di stato dell’<strong>Italia</strong> a 10 anni, </span></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">chiedeva un interesse superiore del  1,50 % ad un titolo di stato della <strong>Germania</strong> </span></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">(1,50 % all’anno * 10 anni = 15 % in 10 anni)</span></p>
<p>per poi scendere rapidamente e, nel momento in cui scriviamo (fine settembre 09) raggiungere lo 0,70 % annuo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-247" title="0010_Italia - Germania" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0010_Italia-Germania.jpg" alt="0010_Italia - Germania" width="400" height="271" /></p>
<p>La percezione che il rischio di fallimento dell’<strong>Italia</strong> si inferiore rispetto a quanto ci si poteva attendere durante la crisi del 2008 è confermata dal forte calo dei differenziali sui tassi.</p>
<p>Nel futuro lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> seguirà probabilmente l’andamento dei mercati finanziari (una ripresa dei mercati ridurrà lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> e, viceversa, un aggravamento della crisi aumenterà lo <strong>spread</strong>).</p>
<p>Nel 2004 – 2005 lo <strong>spread</strong> <strong>BTP</strong> – <strong>BUND</strong> era stato particolarmente compresso dalla fame di rendimenti che aveva spinto diversi investitori a comprare titoli dell’<strong>Italia</strong> accontentandosi solo di uno 0,20 % in più dei titoli della <strong>Germania</strong>. Valeva la pena di accontentarsi di un premio così esiguo per accollarsi il rischio default <strong>Italia</strong>? Difficilmente l’<strong>Italia</strong> fallirà ma una differenza di 0,20 % all’anno non è remunerativa per il rischio.</p>
<p>Attenzione però a non considerare la <strong>Germania</strong> come un benchmark a rischio zero: i forti stimoli all’economia messi in cantiere dalla <strong>Germania</strong> stanno peggiorando i conti e ne stanno riducendo l’affidabilità.</p>
<p>Meglio comprare i BTP più rischiosi e remunerativi o i BUND più sicuri ma meno remunerativi?</p>
<p>Vista la facilità di contrattazione sui mercati e la necessità di mantenere il <strong>rischio di credito</strong> sulla componente <strong>obbligazioni</strong> del portafoglio, in un momento di così forte incertezza come oggi suggerisco di diversificare sui <strong>titoli di stato</strong> dei principali paesi dell’UE (<strong>Italia</strong> e <strong>Germania</strong> in primis ma anche Francia e Olanda per patrimoni di dimensioni elevate) anziché concentrarsi su un solo emittente.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Indicatori Leader e Lagger :  la ragione per cui lo zio Pino compra al massimo e vende al minimo</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/indicatori-leader-e-lagger-la-ragione-per-cui-lo-zio-pino-compra-al-massimo-e-vende-al-minimo-237/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/indicatori-leader-e-lagger-la-ragione-per-cui-lo-zio-pino-compra-al-massimo-e-vende-al-minimo-237/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 13:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il grillo parlante]]></category>
		<category><![CDATA[azionario]]></category>
		<category><![CDATA[funzionamento dei mercati]]></category>
		<category><![CDATA[obbligazioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economy-press.it/blog/?p=237</guid>
		<description><![CDATA[Se prestare maggiore attenzione agli indicatori leader o agli indicatori lagger è soggettivo, zio Pino preferisce sempre gli indicatori lagger come la disoccupazione che, sicuramente, lo avrà portato a iniziare a vendere le proprie azioni a marzo quando il numero delle persone che ha perso il proprio lavoro (purtroppo) è iniziato ad aumentare in modo significativo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendomi VAFFANBANKA (ve lo consiglio, un libro davvero spassoso) mi sono imbattuto nella fantomatica figura dello “zio Pino”. Spero che gli autori non se la prendano se mi rifaccio al loro personaggio che mi ha rallegrato per un’intera serata. Come fosse lo zio Pino non era specificato eppure una delle sue caratteristiche era l’invariabile</p>
<p align="center"><strong>compra al massimo e vende al minimo</strong></p>
<p>Nello zio Pino si sono immedesimati tanti investitori considerando che, secondo alcune ricerche</p>
<ul>
<li>Il 10 % degli investitori guadagna soldi in borsa</li>
<li>Il 20 % degli investitori ha risultati neutri in      borsa</li>
<li><strong>Il 70 %      degli investitori perde soldi in borsa</strong></li>
</ul>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-239" title="Crash" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/Crash1.jpg" alt="Crash" width="337" height="450" /></p>
<p>È sbagliato pensare di <strong>comprare al minimo e vendere al massimo</strong> ma è ragionevole cercare di formarsi un’idea sulla tendenza del mercato.</p>
<p>Il mercato è fatto dalle previsioni degli investitori sullo stato futuro dell’economia (delle aziende quotate nel caso della borsa). Un vecchio detto è</p>
<p align="center"><strong>i mercati anticipano di 6 mesi l’andamento dell’economia</strong></p>
<p align="center">
<p align="center">o</p>
<p align="center">
<p align="center"><strong>buy on rumors, sell on news </strong></p>
<p align="center">(compra sulle indiscrezioni, vendi sulle notizie)</p>
<p align="center">
<p>questo significa che quando una notizia è ufficiale non ha più alcuna influenza nei prezzi (la notizia è stata “scontata nei prezzi”). Le notizie sono come il pesce, dopo 3 giorni puzzano.</p>
<p>Ciò nonostante è abbastanza frequente sentire considerazioni secondo cui i mercati sono irrazionali perché oggi salgono mentre la disoccupazione continua ad aumentare ed i fallimenti societari sono all’ordine del giorno.</p>
<p>I problemi della disoccupazione e dei fallimenti sono stati la ragione del crollo delle borse da settembre 2008 a marzo 2009, l’aumento della disoccupazione era già stato scontato nel settembre 08 (quando la borsa era crollata) mentre ora un “peggioramento migliore delle attese” fa risalire i mercati.</p>
<p>Casomai i dubbi sulla sostenibilità dei rialzi sono legati agli elevati deficit pubblici (Francia e Germania escono dalla recessione nel II trimestre 09) che imporranno una “exit strategy” (su cui è in preparazione un post) e sul ruolo che hanno avuto i “carry trade” e l’immissione di liquidità nel rialzo dei mercati (anche qui è in preparazione un post, tempo permettendo…).</p>
<p>Per tornare al tema <strong>indicatori leader</strong> e <strong>indicatori lagger</strong>, esistono due categorie di indicatori:</p>
<ul>
<li>Gli <strong>indicatori      leader</strong>: indicatori che tendono ad anticipare l’evoluzione      dell’economia e che guidano il mercato (ad esempio le aspettative dei      consumatori che permettono di fare previsioni sull’andamento dei consumi      privati e, quindi, sui profitti delle imprese che vendono beni di consumo)</li>
<li>Gli <strong>indicatori      lagger</strong>: indicatori che seguono l’andamento dell’economia e che      confermano lo stato in cui si trova (ad esempio il tasso di      disoccupazione).</li>
</ul>
<p>Gli <strong>indicatori leader</strong> sono quelli che hanno maggior impatto sulla direzione del mercato (rialzo o ribasso) mentre gli <strong>indicatori lagger</strong> confermano o smentiscono l’entità delle aspettative (maggiore o minore velocità del rialzo o del ribasso rispetto alle attese).</p>
<p>Se prestare maggiore attenzione agli <strong>indicatori leader</strong> o agli <strong>indicatori lagger</strong> è soggettivo, zio Pino preferisce sempre gli <strong>indicatori lagger</strong> come la disoccupazione che, sicuramente, lo avrà portato a iniziare a vendere le proprie azioni a marzo quando il numero delle persone che ha perso il proprio lavoro (purtroppo) è iniziato ad aumentare in modo significativo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/indicatori-leader-e-lagger-la-ragione-per-cui-lo-zio-pino-compra-al-massimo-e-vende-al-minimo-237/feed/</wfw:commentRss>
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		</item>
		<item>
		<title>LA BORSA RENDE DI PIU’ NEL LUNGO PERIODO’ (MA RENDE) ?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/la-borsa-rende-di-piu%e2%80%99-nel-lungo-periodo%e2%80%99-ma-rende-230/</link>
		<comments>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/la-borsa-rende-di-piu%e2%80%99-nel-lungo-periodo%e2%80%99-ma-rende-230/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il grillo parlante]]></category>
		<category><![CDATA[azionario]]></category>
		<category><![CDATA[borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Investimento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economy-press.it/blog/?p=230</guid>
		<description><![CDATA[LA BORSA USA HA AVUTO UN RENDIMENTO REALE DEL 3,58 % ANNUO NEGLI ULTIMI 40 ANNI]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, da bambino, l’investitore inizia a parlare le sue prime parole non sono “mamma” o “papà” e nemmeno “cane” o “gatto”. Il vero investitore quando inizia a parlare balbetta “nel <strong>lungo periodo</strong> <strong>la borsa rende di più</strong>”.</p>
<p>L’investitore cresce, esce con una ragazza e si presenta “ciao, sono _____, lo sai che nel <strong>lungo periodo</strong> <strong>la borsa rende di più</strong>”. Quando ha una crisi di mezza età va dal dottore e dice “dottore non mi sento bene, però lo sa che nel <strong>lungo periodo</strong> <strong>la borsa rende di più</strong>”. Al termine del proprio lavoro, va in pensione e, all’impiegato delle poste che gli salda la rata del mese risponde cortese “ 100… 200… 300…, grazie ci sono tutti. Ma lo sa che nel <strong>lungo periodo</strong> <strong>la borsa rende di più</strong>”.</p>
<p>Che “<strong>la borsa rende di più</strong>” nel “<strong>lungo periodo</strong>” ormai è entrato nel credo comune.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-232" title="0008_stampa_soldi" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0008_stampa_soldi1.jpg" alt="0008_stampa_soldi" width="491" height="325" /></p>
<p>Visto che ho sempre l’abitudine di andare a mettere alla prova i luoghi comuni, mi è venuto voglia di controllare se è vero che nel <strong>lungo periodo</strong> investire in borsa risulta così conveniente.</p>
<p>Controllare i rendimenti di <strong>lungo periodo</strong> della borsa nell’UE mi è stato troppo difficile perché solo negli ultimi 10 anni si utilizza l’euro e, negli anni ’80 e ’90, paesi come l’Italia e la Francia hanno posto delle barriere alla mobilità di capitali verso l’estero.</p>
<p>Per semplificarmi la vita, ho analizzato i dati sul mercato USA (indice <strong>MSCI USA</strong>) a partire dal 01/01/1970 sino al 31/08/2009. 39 anni e rotti di storia di un indice sono già abbastanza significativi.</p>
<p>100 $ investiti nel 01/01/1970 valgono 2.365 $ al 31/08/2009 (utili reinvestiti e tassazione pagata, i dati sono tratti dal sito <a href="http://mscibarra.com">www.mscibarra.com</a> ).  Calcolando il tasso annuo di rendimento</p>
<p align="center">LA BORSA USA HA AVUTO UN <strong>RENDIMENTO NOMINALE</strong> DEL 8,30 % ANNUO NEGLI ULTIMI 40 ANNI</p>
<p>Sapere quanto rende la borsa ci interessa ma ci interessa ancora di più sapere quanto rende la borsa al netto dell’<strong>inflazione</strong>.</p>
<p>Corretti per l’<strong>inflazione</strong>, 100 $ nel 1970 valgono 586,79 $ nel 2009. Se correggiamo il rendimento per l’<strong>inflazione</strong> otteniamo il <strong>rendimento reale</strong> della borsa</p>
<p align="center">LA BORSA USA HA AVUTO UN <strong>RENDIMENTO REALE</strong> DEL 3,58 % ANNUO NEGLI ULTIMI 40 ANNI</p>
<p>Questo significa che</p>
<p align="center">CHI HA INVESTITO PER 40 ANNI NELLA BORSA USA</p>
<p align="center">(INIZIANDO NEL 1970)</p>
<p align="center">HA OTTENUTO UN RENDIMENTO MEDIO PARI A</p>
<p align="center"><strong>INFLAZIONE</strong> + 3,58 % OGNI ANNO</p>
<p align="center">
<p>Di sotto inserisco il grafico con il <strong>rendimento reale</strong> della borsa per 100 $ investiti il 01/01/1970 (i dati sono ottenuti prendendo le variazioni dei prezzi delle azioni, gli utili reinvestiti, le imposte e correggendo il risultato per l’<strong>inflazione</strong> del periodo) con benchmark <strong>MSCI USA</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-233" title="0008_rendimento reale borse" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0008_rendimento-reale-borse.gif" alt="0008_rendimento reale borse" width="629" height="496" /></p>
<p>In sostanza è vero che nel <strong>lungo periodo</strong> la borsa rende più dell’<strong>inflazione</strong> ma non è così semplice come sembra infatti</p>
<ul>
<li>Tra il 1970 ed il 1981 il risultato di un      investimento in borsa è stato particolarmente negativo (con punte di      perdita del 45 % sul valore reale)</li>
<li>Tra il 1982 ed il 2000 il risultato di un      investimento in borsa è stato eclatante (un aumento del 1.400 % del valore      reale)</li>
<li>Tra il 2001 ed il 2009 il risultato è stato      negativo per un 42 % con un recupero parziale tra il 2003 ed il 2006.</li>
</ul>
<p>In conclusione è vero che negli ultimi 40 anni i rendimenti della borsa sono stati positivi, ma i rendimenti positivi sono legati a periodi di rapido aumento delle quotazioni a fronte di lunghi periodi con risultati piatti o negativi.</p>
<p>Questo mi fa venire in mente altre due domande:</p>
<ul>
<li>Quanto deve essere lungo il periodo in borsa per      ridurre il rischio?</li>
<li>Vale la pena investire con un forte rischio per ottenere      un rendimento di <strong>inflazione</strong> +      3,58 % se pago il 3,00 % l’anno di commissioni di gestione ed ottengo</li>
</ul>
<p>A queste domande sto lavorando, un post è in preparazione, non perdetevi la prossima puntata!</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La corsa dell’oro: una nuova bolla?</title>
		<link>http://www.economy-press.it/blog/it/2009/09/la-corsa-dell%e2%80%99oro-una-nuova-bolla-223/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 07:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[analisi di mercato]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>

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		<description><![CDATA[è difficile predire l’evoluzione del prezzo dell’oro. Da una parte se non si verificherà nulla di nuovo ci sono tutti i presupposti per parlare di una bolla speculativa ma se il dollaro dovesse perdere valore a causa dei timori di inflazione potremmo attenderci una forte domanda di oro da parte degli investitori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stavo provando a farmi un qualche bilancio degli ultimi anni. Certo prendere un periodo da un anno ad un altro è arbitrario, però dopo tanti anni di mirabolanti promesse di rendimento per gli investitori avevo voglia di scrivere qualche numero sulla carta.</p>
<p>L’investimento azionario negli ultimi 15 anni ha dato ben poche soddisfazioni (le banche dicono che occorre guardare il lungo periodo ma quando investo e dopo 15 anni mi trovo FTSE MIB e EUROSTOXX che non hanno raggiunto neppure l’<strong>inflazione</strong>…), l’obbligazionario a breve termine si è difeso dall’<strong>inflazione</strong> ma nulla più. L’obbligazionario a lungo termine ha dato qualche spunto in più, sempre che non ci si sia scordati di diversificare finendo invischiati in obbligazioni di aziende poi fallite (vedi Cirio, Parmalat ….) o in titoli strutturati che assomigliano più al gioco d’azzardo che all’investimento.</p>
<p>Su questo argomento pubblicherò un post prossimamente.</p>
<p>Per ora, mi focalizzo sull’unico investimento che ha saputo battere l’<strong>inflazione</strong> in modo molto netto: l’<strong>oro</strong>.</p>
<p>Premetto che ho poca stima per gli “esperti” e per gli “analisti” che, saranno pure più acculturati di quanto non lo sia io ma che ogni volta che sono ascoltati riescono a disintegrare i patrimoni degli investitori.</p>
<p>Quello che mi colpisce è che si parla di un particolare tipo di investimento quando i valori sono già saliti parecchio ed il mercato è pronto a correggere gli eccessi. È inutile allungarci, ne abbiamo visti tanti a partire dalla bolla della New Economy, la <strong>corsa all’oro</strong> del 2000.</p>
<p>Oggi si torna alla corsa al vecchio <strong>oro</strong>, il metallo giallo. Il <strong>prezzo dell’oro</strong> è aumentato rapidamente negli ultimi anni come possiamo vedere nel grafico sotto che ne riporta l’andamento negli ultimi 10 anni</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-224" title="0007_Prezzo dell'oro ultimi 10 anni" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0007_Prezzo-delloro-ultimi-10-anni.gif" alt="0007_Prezzo dell'oro ultimi 10 anni" width="635" height="515" /></p>
<p>Su questo argomento cerco di dare alcune considerazioni sulla situazione attuale del mercato.</p>
<p>PRIMA DI TUTTO RICORDO CHE TUTTI QUELLI CHE VI SOSTENGONO DI POTER PREVEDERE IL FUTURO SONO DEGLI ILLUSI O DEI ….</p>
<p>Per cui vi anticipo che se cercate previsioni sul <strong>prezzo dell’oro</strong> nei prossimi anni potete uscire dal blog e tornare ai soliti “esperti &amp; analisti” di sopra.</p>
<p>Come per tutti i mercati, l’analisi dell’<strong>oro</strong> dipende dall’analisi dell’offerta e della domanda.</p>
<p>Sul lato dell’offerta, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> dipendono dal contenuto di <strong>oro</strong> nelle miniere (quanti grammi di <strong>oro</strong> si trovano per tonnellata di roccia, solitamente si ragiona su valori di 3 – 4 grammi / ton per miniere che siano interessanti da un punto di vista commerciale, mentre per gli scavi a cielo aperto i valori possono essere inferiori), dalla profondità degli scavi, dai costi della manodopera e da altri fattori di mercato.</p>
<p>L’<strong>oro</strong> è estratto insieme ad altri metalli (rame, zinco …) quindi, più sono alti i prezzi degli altri metalli, meno costa estrarre <strong>oro</strong>. Viceversa, bassi prezzi sui metalli industriali aumentano i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-225" title="0007_Cercatori di oro" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0007_Cercatori-di-oro.jpg" alt="0007_Cercatori di oro" width="624" height="439" /></p>
<p>In seconda battuta, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> sono collegati alla “bolletta energetica”, maggiore è il costo dell’energia, maggiori sono le spese di estrazione. Alcuni osservatori di mercato tendono a osservare il rapporto “<strong>oro</strong> / petrolio” per capire quanto incida il costo dell’energia (in questo caso rappresentata dal petrolio) sul <strong>prezzo dell’oro</strong>. Non è un sistema perfetto in quanto il petrolio non è perfettamente collegato ai costi energetici ma rappresenta una buona approssimazione. Abbastanza frequente è assistere a spread trading tra <strong>oro</strong> e petrolio (ne parleremo in futuro su un post in programmazione)</p>
<p>In terza battuta, ogni paese ha costi diversi per la manodopera. I costi di manodopera (specializzata e non) dipendono quindi dal paese in cui è situata la miniera.</p>
<p>Sulla base dei costi sopra indicati, le compagnie decidono quali miniere scavare considerando il <strong>prezzo dell’oro</strong> e i costi derivanti dai fattori specifici della miniera (la profondità degli scavi, la presenza di acqua e, soprattutto, la concentrazione di <strong>oro</strong> del giacimento: solitamente nelle miniere si trovano pochi grammi di <strong>oro</strong> per tonnellata di roccia estratta).</p>
<p>Per sintetizzare, ad oggi, i <strong>costi di estrazione</strong> dell’<strong>oro</strong> mediamente si collocano sui 400 – 450 $ / oz.</p>
<p>La <strong>domanda di oro</strong> è influenzata dagli utilizzi dell’<strong>oro</strong>, principalmente in 3 settori</p>
<ul>
<li>Industriale (ca 13 % dei consumi mondiali nel      2006): l’<strong>oro</strong> è contenuto in diversi      macchinari per le sue caratteristiche elettroniche ed è utilizzato dai      dentisti per costruire protesi. Negli utilizzi industriali le percentuali      di <strong>oro</strong> utilizzate sono basse      quindi la domanda è relativamente poco sensibile alle variazioni di prezzo      quindi non approfondiamo oltre.</li>
<li>Gioielleria (ca 67 % dei consumi mondiali nel      2006): l’<strong>oro</strong> è utilizzato      principalmente per la produzione di <strong>gioielli</strong>.      Il primo compratore di <strong>gioielli</strong> è storicamente l’India dove si fa un largo impiego di <strong>oro</strong> nei matrimoni per ragioni tradizionali e religiose. Da      quando l’<strong>oro</strong> ha superato gli      800 $ / oncia la gioielleria è entrata in crisi con un calo della <strong>domanda di oro</strong> per <strong>gioielli</strong> del 22 % nel II trimestre      09.</li>
<li>Investimento (ca 20 % dei consumi mondiali nel      2006) la <strong>domanda di oro</strong> per      investimenti è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Da una parte      molti investitori hanno avuto la possibilità di acquistare <strong>ETF</strong>. Dal 2003 al 2009, le      posizioni in <strong>oro</strong> degli <strong>ETF</strong> sono passate da un valore      quasi nullo a 1.800 ton, a fronte di un’estrazione annua di 2.460 ton nel 2006. In seconda      battuta, le banche centrali che negli anni ’90 avevano venduto grandi      quantità di <strong>oro</strong> (soprattutto      per quanto riguarda la       Francia), hanno cambiato politica. Da notare che la Banca Centrale      della Cina ha aumentato le sue riserve nel 2009 da 400 ton a 1.000 ton e      esistono dubbi sulla correttezza dei valori indicati (nel senso che      potrebbero essere anche di più). La <strong>domanda      di oro</strong> per investimento nel II trimestre 09 è aumentata del 44 %.</li>
</ul>
<p>Per concludere la mia opinione è che</p>
<ul>
<li>I <strong>costi di      estrazione</strong> non sono alla base dell’aumento del <strong>prezzo dell’oro</strong></li>
<li>L’aumento del <strong>prezzo dell’oro</strong> ha ridotto fortemente la <strong>domanda di oro</strong> per gioielleria</li>
<li>La <strong>domanda      di oro</strong> è sostenuta dagli acquisti degli investitori</li>
</ul>
<p>è difficile predire l’evoluzione del <strong>prezzo dell’oro</strong>. Da una parte se non si verificherà nulla di nuovo ci sono tutti i presupposti per parlare di una bolla speculativa ma se il dollaro dovesse perdere valore a causa dei timori di <strong>inflazione</strong> potremmo attenderci una forte <strong>domanda di oro</strong> da parte degli investitori in cerca di un investimento di rifugio. Allora sul <strong>prezzo dell’oro</strong> si potrebbero vedere ulteriori aumenti. La variabile chiave per capire il mercato dell’<strong>oro</strong> oggi è l’evoluzione dell’<strong>inflazione</strong> negli USA nei prossimi anni.</p>
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		<title>Gli utili delle banche torneranno ai livelli pre crisi, dice Babbo Natale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 16:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro.r</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il cannochiale]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[leva finaziaria]]></category>

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		<description><![CDATA[È ragionevole attendersi che le banche non riusciranno a mantenere i 2 elementi che hanno consentito gli utili elevati negli anni della finanza selvaggia…. E possiamo pensare che gli utili delle banche non torneranno ai livelli pre crisi per tanto, tanto, tanto tempo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi che la crisi è finita e che gli &#8220;<em>esperti</em>&#8221; (giornali, televisioni, analisti ecc…) che hanno negata per la prima metà del 2008 quando i mercati sono crollati, per poi diventare pessimisti all’inizio del 2009 quando i mercati hanno avviato un portentoso rimbalzo, sembrano vivere in una convinzione che la crisi sia passata.</p>
<p>Una crisi che ha messo in ginocchio l’economia mondiale e che ha rischiato di distruggere le infrastrutture finanziarie, passata come un’influenza per tornare sulla via della crescita come se nulla fosse stato.</p>
<p>L’elemento che più mi colpisce in questa fede, cieca come quella di un bambino sull’arrivo di Babbo Natale con le renne tutti gli anni, è la convinzione che gli <strong>utili delle banche</strong> torneranno ai livelli pre crisi.</p>
<p>Dato che le banche hanno un peso non indifferente all’interno di indici come il DJ <strong>Eurostoxx</strong> 50 o il <strong>FTSE MIB</strong> la questione è importante per i risparmiatori.</p>
<p>Si, perché negli ultimi 15 anni gli <strong>utili delle banche</strong> sono stati impressionanti, sino ad arrivare a sentire qualcuno dire che i servizi finanziari hanno rappresentato il 9 % del PIL inglese, ovviamente prima della crisi.</p>
<p>La finanza non crea ricchezza, fornisce casomai la possibilità di accedere ai capitali alle imprese e di gestire il rischio ai risparmiatori. Gli <strong>utili delle banche</strong> negli anni passati sono stati il frutto della combinazione di 2 fattori:</p>
<p>1)      la crescita della <strong>leva finanziaria</strong></p>
<p>2)      l’aumento delle commissioni</p>
<p>Il lavoro “<em>tradizionale</em>” delle banche è stato quello di raccogliere denaro dagli investitori, prestarlo alle aziende e guadagnare sulla differenza tra gli interessi attivi e quelli passivi al netto delle perdite sui crediti e dei costi operativi.</p>
<p>Negli ultimi 15 anni lo sviluppo del risparmio gestito ha portato le banche a spostarsi sempre più sulla gestione del risparmio e sulle operazioni finanziare. Un processo che avrebbe potuto dare maggiore valore aggiunto al cliente ma che, per una serie di ragioni che vedremo in uno dei prossimi post, si è tradotto in maggiori commissioni e, di conseguenza in maggiori utili per le banche.</p>
<p>La crescita degli utili è stata collegata ad un ulteriore e importante elemento, l’aumento della <strong>leva finanziaria</strong>. Il termine “<strong><em>leva finanziaria</em></strong>” indica il fatto che si investa più di quanto si possiede. Per fare un esempio, una Banca che possiede 1.000 € e che riceve versamenti per 9.000 € dai suoi correntisti avrà 1.000 + 9.000 = 10.000 € da investire a fronte dei 1.000 di proprietà. La <strong>leva finanziaria</strong> è pari agli investimenti rapportati al patrimonio, quindi 10.000 / 1.000 = 10.</p>
<p>Se la banca, con <strong>leva finanziaria</strong> 10, guadagnerà lo 0,75 % sugli investimenti, gli azionisti guadagneranno l’utile sugli investimenti moltiplicato per la <strong>leva finanziaria</strong>, cioè 0,75 % * 10 = 7,50 %. Come si può aumentare l’utile per gli azionisti? Semplice, o si aumentano i guadagni sugli investimenti (cosa difficile) o si aumenta la <strong>leva finanziaria</strong> (cosa facile, però rischiosa).</p>
<p>Con una <strong>leva finanziaria</strong> di 80 la stessa banca che guadagna lo 0,75 % sugli investimenti farebbe guadagnare agli azionisti il 0,75 % * 80 = 60 % !!! Tutto semplice e pulito? No. La <strong>leva finanziaria</strong> amplifica i guadagni ma anche le perdite. Se la banca avesse avuto un risultato sugli investimenti pari a – 0,25 % con la leva di 80 gli azionisti avrebbero ottenuto – 0,25 % * 80 = &#8211; 20 %.</p>
<p>La <strong>leva finanziaria</strong> non crea ricchezza, semplicemente riduce l’impiego di capitale e consente di avere un maggiore rischio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-205" title="0006_Il salto con l'asta" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_Il-salto-con-lasta.jpg" alt="0006_Il salto con l'asta" width="300" height="486" /></p>
<p>Al riguardo vi riporto un grafico trovato all’indirizzo</p>
<p><a href="http://redingtonmedia.files.wordpress.com/2009/07/the-hidden-cost-of-leverage.pdf">http://redingtonmedia.files.wordpress.com/2009/07/the-hidden-cost-of-leverage.pdf</a></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-206" title="0006_La leva finanziaria delle banche" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_La-leva-finanziaria-delle-banche.jpg" alt="0006_La leva finanziaria delle banche" width="406" height="415" /></p>
<p>In cui è misurata la <strong>leva finanziaria</strong> media delle banche dei vari paesi. All’interno dell’UE, nel momento di scoppio della crisi dei mutui subprime dell’agosto 2007, la <strong>leva finanziaria</strong> media superava 30 con picchi molto superiori su alcune banche.</p>
<p>L’importanza della <strong>leva finanziaria</strong> nell’aumento degli utili <strong>delle banche</strong> è notevole, passare da una <strong>leva finanziaria</strong> di 23 volte del 2001 – 2003 a una <strong>leva finanziaria</strong> di 30 volte nel 2007 consente di aumentare gli utili del 30 % …. Ma anche di aumentare del 30 % le eventuali perdite.</p>
<p>Per quanto riguarda il risparmio gestito i numeri sono ancora più eclatanti: leggendomi un libro ho scoperto che, solo in Italia, l’andamento del risparmio gestito negli anni ’90 ha avuto questa dinamica</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-207" title="0006_Il risparmio gestito in Italia" src="http://www.economy-press.it/blog/wp-content/uploads/2009/09/0006_Il-risparmio-gestito-in-Italia.JPG" alt="0006_Il risparmio gestito in Italia" width="557" height="437" /></p>
<p align="center">(i dati sono in milioni di €)</p>
<p>Un aumento del 1.600 % in soli 10 anni!</p>
<p>Ora quali sono le prospettive?</p>
<p>Da una parte le banche sono costrette a ridurre la <strong>leva finanziaria</strong> per ridurre il rischio e, probabilmente, nel futuro le normative saranno più stringenti e scoraggeranno l’uso di una <strong>leva finanziaria</strong> elevata (è in preparazione un post sull’evoluzione dei depositi delle banche che mostra in modo molto chiaro come la <strong>leva finanziaria</strong> sia stata ridotta dopo la crisi finanziaria).</p>
<p>Dall’altra parte i risparmiatori abbandoneranno risparmio gestito e obbligazioni strutturate per prodotti a minor rischio, almeno fin quando resteranno nella memoria le perdite del 2008.</p>
<p>In conclusione, è ragionevole attendersi che le banche non riusciranno a mantenere i 2 elementi che hanno consentito gli utili elevati negli anni della finanza selvaggia…. E possiamo pensare che gli <strong>utili delle banche</strong> non torneranno ai livelli pre crisi per tanto, tanto, tanto tempo.</p>
<p><strong><em>Alessandro Rossi</em></strong></p>
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